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venerdì 30 novembre 2012
venerdì 2 novembre 2012
Appunti d’insonnia
...sono
molto pensieroso. Mi sono addormentato che non erano neanche le 23:00 . Ora mi
sono svegliato per i soliti incubi, sono l'1:30. So che dovrei evitare di
scrivere quanto stia male, che la gente gode a leggere delle mie sofferenze, ma
come detto, io scrivo da sempre, a prescindere dai social network. È una mia
esigenza personale. Sin da bambino avevo un diario personale e crescendo ho
iniziato ad esprimere i miei stati d'animo attraverso varie forme
letterarie, dai versi alla prosa. Se sto bene scrivo di quello, se sto sto
male, scrivo delle mie angosce. Io scrivevo, scrivo e scriverò. Se alla gente
non sta bene, 'sti cazzi? Nessuno è costretto a leggermi. So che comunque mi
leggerà, perché la gente non si è mai e non si farà mai gli affaracci propri. E
i social network amplificano il fenomeno. Mi è capitato anche altre volte di
svegliarmi di notte e appuntare dei pensieri su un block notes. Ora esistono
gli smartphone, che siano benedetti. Chi li critica è perchè gli rode che non
ne possiede uno. Credo. Come credo che chi mi disprezza è solo perchè vorrebbe
ricevere la mia attenzione che riservo a pochissima gente. Poi per esempio il
mio profilo Facebook è pubblico e aggiungo chiunque mi faccia richiesta. Però
basta pochissimo per farvi rimuovere e/o bloccare dai miei contatti. Io non mi
sogno nemmeno lontanamente di andar a far "lo splendido" su bacheche
di gente che non frequento o di persone che non conosca affatto. Il rispetto é
la base della società civile. Poi non è questione di essere permalosi. Ognuno
ha la sua storia, io la mia. Nessuno può capire quante ne ho passate e quanto
abbia sofferto in quasi trent'anni di vita, dunque nessuno deve osare fiatare
sulla mia persona, a maggior ragione se non mi conosce. I soprusi dai bulletti
li ho sempre subiti, sin da piccolo. Da adulto nessuno ha mai osato, se non
dietro a un monitor. 'Sta gente venisse a guardarmi in faccia. Lo sguardo torvo
di chi ha sofferto fa paura, vero? Due spalle larghe, un vocione e la parlata
dialettale vi fanno cagare sotto? Il rischio di avere un paio di ceffoni vi
terrorizza? 'A vigliacchi, potete pestare solo la tastiera. Basta. Riprovo a
dormire.
Francesco Favia
2 novembre 2012 ore 1:30 a.m.
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giovedì 1 novembre 2012
Emigrare...
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L'incognita lavoro
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Immagino che molti di voi, come me, avranno inviato valanghe di curriculum, compilato form, fatto domande e vi ritrovate dopo tanti anni sempre nella stessa situazione. Poi incontrate il conoscente di turno che ha avuto il posto fisso, tramite certe conoscenze, magari subito dopo il diploma o la laurea, e il bello è che se ne fa a
Non vi preoccupate, avendo avuto il piatto pronto, non conoscono il reale valore del denaro o di una posizione lavorativa e si rovineranno la vita con le loro stesse mani. Magari sposando la loro prima fidanzata che li spolperà fino alla fine dei loro giorni. Conosco svariati casi in merito.
nche un vanto, sbeffeggiandoti. Certa gente non si dovrebbe nemmeno permettere di fiatare, dato che non si è mai conquistato niente, mentre io e tanti altri cristi, abbiamo sputato sangue per guadagnarci qualche euro.
Francesco Favia
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Quando la tempesta...
Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero.
Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato
Haruki Murakami - Kafka sulla spiaggia
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domenica 28 ottobre 2012
Basta poco per esser felici
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lunedì 22 ottobre 2012
La mia età a mezz'aria in questa condizione di stabilità precaria
Portare questa nave verso una rotta che nessuno sa, è la mia età a mezz'aria in questa condizione di stabilità precaria ipnotizzato dalle pale di un ventilatore sul soffitto mi giro e mi rigiro sul mio letto
il pensiero della responsabilità si è fatto grosso è come dover saltare al di là di un fosso che mi divide dai tempi spensierati di un passato che è passato saltare verso il tempo indefinito dell'essere adulto di fronte a me la nebbia mi nasconde la risposta alla mia paura, cosa sarò dove mi condurrà la mia natura?
...ma è la mia età dove si sa come si era e non si sa dove si va, cosa si sarà che responsabilità si hanno nei confronti degli esseri umani che ti vivono accanto e attraverso questo vetro vedo il mondo come una scacchiera dove ogni mossa che io faccio può cambiare la partita intera ed ho paura di essere mangiato ed ho paura pure di mangiare
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il pensiero della responsabilità si è fatto grosso è come dover saltare al di là di un fosso che mi divide dai tempi spensierati di un passato che è passato saltare verso il tempo indefinito dell'essere adulto di fronte a me la nebbia mi nasconde la risposta alla mia paura, cosa sarò dove mi condurrà la mia natura?
...ma è la mia età dove si sa come si era e non si sa dove si va, cosa si sarà che responsabilità si hanno nei confronti degli esseri umani che ti vivono accanto e attraverso questo vetro vedo il mondo come una scacchiera dove ogni mossa che io faccio può cambiare la partita intera ed ho paura di essere mangiato ed ho paura pure di mangiare
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venerdì 13 aprile 2012
Popolo e democrazia
Considerazione
Pensavo… pensavo che…
…che a guardare un concorso di bellezza,
si finisce per diventare finocchio,
perché è stomachevole il mettersi in mostra
di queste partecipanti senz’anima…
Francesco Favia
16 settembre 2004
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La vita è un sogno
Bisogna andare avanti,
e tu cosa canti!?!
Bisogna rompersi…
Ogni giorno.
La vita è dura,
ma per me è un sogno,
un continuo sogno!!
Quando stai male,
nessuno ti capisce,
quando stai bene,
qualcuno ti finisce!
La vita è dura,
ma per me è un sogno,
un continuo sogno!!
La realtà è triste,
la scuola è una palla,
ma a cosa serve
questa vita che ti inganna!??
La vita è dura,
ma per me è un sogno,
un continuo sogno!!
Un continuo sogno!!
Francesco Favia
4 dicembre 2001
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giovedì 12 aprile 2012
Lasciati amare
Lasciati prendere,
lascia che ti spogli,
lasciati guardare
e guardami negli occhi.
Lascia che ti assaggi,
lasciati gustare,
lascia che ti guardi,
lasciami affogare nei tuo occhi.
Lasciati prendere,
lasciati andare,
lascia che ti ami,
lasciati rubare.
Ti prenderò
e ti porterò
lì dove non oseresti immaginare.
Tieniti stretta a me,
stiamo volando.
Grida pure,
non ti sentirà nessuno,
qui non ci siamo che io e te.
Lasciati andare,
ci sono io a reggerti
e finché campo
non ti lascerò stare.
Ti desidero,
ti amo,
è questo che conta,
tutto il resto non m’importa.
Francesco Favia
martedì 8 aprile 2008 ore 00:27
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mercoledì 11 aprile 2012
Soggetti a vendetta
Da
scugnizzi a scagnozzi pentiti
Peppino, Totuccio e Ninuccio se
la facevano lì, tra via Pakistan e via Giamaica, in quel punto del quartiere
ribattezzato “L’angolo dei teppisti”. Lì, su quel marciapiede, abbondavano le
bottiglie vuote di birra nazionale e i tappi di esse sull’asfalto, cospicui,
decoravano quell’area suburbana.
Bazzicavano “La cantina dello zio
Tom”, una squallida enoteca, fatiscente copertura della criminalità
organizzata. L’enoteca era situata in via Pakistan. La gestiva Giosuè U’
Pakistan, detto così in quanto nato e cresciuto in quella via, dove ogni tanto
pioveva, poiché le massaie sui loro balconi mettevano i panni sgocciolanti ad
asciugare.
Peppino, Totuccio e Ninuccio era
dei grandi scansafatiche. Si arrangiavano spacciando ogni tanto e facendo
saltuariamente qualche lavoretto per conto di Giosuè. La maggior parte del
tempo, però lo impiegavano a scolar birre da tre quarti, grattandosi le gonfie
pance e osservando scorrere la vita nel quartiere.
I tre non avevano nemmeno
vent’anni e non avevano nemmeno la licenza media. Nonostante le loro
frequentazioni, gli unici precedenti penali erano per aggressione ai professori
della scuola media che frequentarono, conseguendo condanne per interruzione di
pubblico servizio.
Nel quartiere si pavoneggiano coi
ragazzini, vantandosi di rapine e risse allo stadio. Resta il fatto che non
sono mai stati beccati per rapina e non si sono mai visti con lividi e lesioni
causate da manganellate firmate dall’antisommossa.
Non avevano voglia nemmeno di
intraprendere un’ascesa nel mondo malavitoso, ma quasi per inerzia avrebbero
finito col diventare degli scagnozzi.
La loro sorte era segnata:
sarebbero morti ammazzati per strada o in carcere.
Senza palle com’erano, non ci si
stupisce che sarebbero diventati, dopo qualche anno, degli infami di questura.
Passarono vent’anni. Diventarono
collaboratori di giustizia e cambiarono identità. E da non crederci, iniziarono
anche a lavorare: si misero a fare gli operai in delle ditte del nord Italia.
Non si sposarono mai. Si persero
di vista. Anche il quartiere non seppe mai che fine fecero. Girava voce che
furono vittime della lupara bianca.
Sembrarono svaniti nel nulla, sembrò che nessuno seppe che
fine avessero fatto, ma Il Pakistano sapeva. Aveva sempre sospettato. Da anni
si trovava in un carcere di massima sicurezza, dove tuttavia era riuscito a
suon di mazzette a portare avanti le sue personalissime indagini. Alla fine i
suoi sospetti ebbero molte conferme. Giosuè il Pakistano incominciò a meditare
vendetta.
Era un giorno di primavera quando
Ninuccio apprese della morte di Totuccio. Lo riconobbe in foto, durante un
servizio al telegiornale. Pur mostrando i segni del tempo, il viso non riuscì a
lasciare indifferente Ninuccio. Subito gli sembrò famigliare e dopo una decina
di minuti ebbe una folgorazione: Totuccio. Era lui. Era certo. Lo trovarono su
una panchina con una siringa al braccio.
Iniziò a sudare freddo. Capì che
fu scoperto e fu ammazzato. Certo poteva avere commesso qualche altro sgarro
verso altra gente, magari slavi o rumeni. Oppure il cambio d’identità e
l’esilio lo hanno portato alla depressione e indotto a drogarsi pesantemente.
Balle! Sapeva che quelle congetture che iniziò a porsi, erano solo blandi
tentativi per cercar di non perdere la testa.
Contattò lo sbirro che seguì sin
dall’inizio le operazioni del programma di protezione. Fu tranquillizzato.
Quello gli disse di restare calmo, che quello non era il suo amico e che non
c’entrava niente con i delitti di mafia.
Un po’ si tranquillizzò e tornò
alla vita di tutti i giorni con più serenità.
Tre giorni dopo però, mentre si
recava al lavoro in auto, sentì al radiogiornale del ritrovamento sulle rive
del fiume di un cadavere.
Non diede molta importanza alla
notizia, sul lavoro poi non ci pensò proprio. Sulla strada del ritorno, nel
solo accendere l’autoradio, gli tornò in mente quel fatto.
A casa, mentre consumava la sua
cena, un panino con la mortadella, ascoltò con molta attenzione il
telegiornale. Il corpo di quell’uomo sembrava, dai primi rilievi, che fosse
stato trasportato in un secondo momento sul luogo del rinvenimento. L’identità
non era stata accertata. Addosso non c’erano documenti ed il corpo si
presentava pesantemente martoriato. Sembrava, per gli inquirenti, che fu
pestavo da diverse persone con mazze e spranghe e picchiato fin quando non
avesse smesso di respirare.
Non si sapeva se quello fosse
Peppino, ma Ninuccio iniziò a sentirsi male. Fu preso da un’atroce ansia, da
una feroce paranoia e da un’insistente tachicardia.
Pensava che quello era il corpo
di Peppino e che lo avessero portato lì, nel comune dove viveva lui, per
avvertirgli che adesso sarebbe toccato a lui.
Serrò tutte le finestre e mise
dei mobili dietro la porta. La notte non riuscì a chiudere occhio. Il giorno
dopo non andò al lavoro.
Dopo un paio di giorni fu
telefonato dalla segretaria del suo titolare. Si scusò per non aver avvisato ed
inventò una banale scusa per giustificarsi.
Il giorno dopo si recò al lavoro.
Era agitatissimo. Non voleva assolutamente morire, ma stava andando incontro al
suo destino.
Sovrapensiero non si fermò a uno
stop. Un impetuoso suono di clacson lo destò, un bestione su ruote…
Erano le sette e trentadue del
mattino quando un autotreno lo travolse.
Francesco Favia
7 aprile ’08 ore 15:47
ogni riferimento a fatti, luoghi e persone è
puramente casuale
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Libreria
C’e chi fa chilometri per arrivare in città, per poi
passare tutto il tempo in un megastore di dischi e libri. Ma perché? Ma che
posto è? Che strano… in questi oggetti inanimati esposti c’è più vita della
gente più che animata che c’è fuori.
Questo
posto di cultura non annoia, ma perché? Quelle poltrone di pelle ti invitano a
sederti e ad immergerti in uno di quei libri… Forse dovrei comprarmi una di
quelle poltrone… Che sia solo un’oasi in questa grigia città? Il tempo qui
trascorre più velocemente… E’ già ora. Sbrigati che parte il treno.
Francesco
Favia
23
marzo 2005
© riproduzione riservata
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Credo che...
3 gennaio 2006
Credo che non avrò mai una famiglia. E forse neanche un
lavoro. Ho questa terribile sensazione. Ho proprio il presentimento che andrò a
finire male.
Francesco Favia
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martedì 10 aprile 2012
Il repartista e il vecchiarello
Ero al lavoro. Sono sempre al lavoro. Ho appena il tempo per
mangiare, cacare e dormire. Si può avere appena il tempo per mangiare, cacare e
dormire? Se questa è la vita, è meglio morire. Lavorare tutte quelle ore per
nemmeno uno stipendio. Lo so, bisogna
accontentarsi, da noi al sud ci si deve arrangiare così. O ti fai
sfruttare o vai a spacciare.
Stamattina, dicevo, ero al lavoro. Si presenta un signore
anziano. Si, era proprio un vecchiarello. Sembra stanco, debilitato,
affaticato. Gli ho servito delle pesche. Mi dice che ha preso due autobus per
venire fin qui. Dice che viene dal quartiere. Gli dico che non ne valeva la
pena di fare tanta strada e che con questo caldo non si sarebbe dovuto
affaticare. Rispetto ai 47° di qualche giorno fa’, questo caldo non è niente,
mi dice. Ed io continuo sulla stessa scia, dicendo che 47° erano in strada, ma addosso se ne
sentivano 50°.
Poi mi fa: “Ma lei è
di Bari?”
“Si.” Gli rispondo.
“Sicuro?”
“Si, si.” Faccio. “Nato e cresciuto a San Pasquale.”
“Non si direbbe.” Osserva il vecchiarello “A Bari non ho mai
incontrato una persona gentile ed educata.”
Sorrido. “La ringrazio, lo prendo come un complimento.”
Infine se ne va, mentre con quella piccola consolazione di
essere apprezzati, restavo là.
Francesco Favia
30 giugno ’07
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Imprecando la realtà…
Imprecando
la realtà son costretto a vivere,
e
non c’è niente da ridere.
Imprecando
la realtà andrò avanti,
e
non so perché me lo domandi.
Imprecando
la realtà vivo,
e
c’è chi mi chiama recidivo.
Imprecando
la realtà mi declino,
non
resta che bere vino.
Imprecando
la realtà aspetto,
finché
sulla mia testa avrò un tetto.
Imprecando
la realtà morirò.
Quando?
Mai lo saprò.
Francesco
Favia
11
agosto ’05
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venerdì 6 aprile 2012
Week-end di un alienato
Quel sabato sera era abbastanza giù di morale. Raramente
si sono visti sprazzi di allegria sul suo volto, ma quella sera era
particolarmente afflitto. Gioacchino fu cresciuto dai suoi genitori a suon di
insulti e umiliazioni. Viveva nel rancore e nella rabbia sin da bambino. Poco
più di una decina d’anni fa’ andò via di casa. Adesso era un trentacinquenne
che viveva solo in uno squallido monolocale di periferia. Per vivere faceva
l’operaio; lavorava per una ditta di traslochi. Col suo stipendio a malapena
sopravviveva, a stento riusciva a far la spesa e a pagare l’affitto e le
bollette. Nonostante queste difficoltà economiche, cercava di non farsi mai
mancare una bottiglia di buon whisky e qualche sigaro, sempre utili in quei momenti
di maggiore sconforto.
Indifferentemente lavorava,
faceva il suo dovere, ma quelle volte in cui il suo datore di lavoro lo
trattava come una bestia, difficilmente gli riusciva facile fare l’automa.
Tuttavia per non rischiare di andare a dormire sotto qualche ponte, resisteva
alle umiliazioni, alle quali era comunque abituato.
Aveva perennemente sul viso
un’espressione schifata, disgustata da questa vita, dalla sua vita.
Ogni tanto si sfogava su un sacco
per pugili che aveva appeso al soffitto.
Quel pomeriggio dormì e si rialzò
stordito. Cenò con qualche scatoletta. Poi si rimise a letto a guardare la
televisione. Non c’era nulla di interessante come ogni sabato sera, come
ogni sera.
Allora decise di sfogliare una
riviste osé, ma dopo qualche minuto la riposò, annoiato, sul comodino.
In passato qualche volta si
andava a fare una birra con qualche collega, ma erano ormai anni che lavorava
solamente, diventando apatico ad ogni forma di svago in compagnia di altra
gente. Un po’ perché tutti quelli che conosceva avevano messo su famiglia, un
po’ perché la voglia di non vedere nessuno dopo il lavoro aveva avuto il
sopravvento negli anni.
E adesso se ne restava lì,
disteso su un letto eternamente sfatto, a guardare il soffitto e a contare le
macchie di umidità. Lì, abulico, immobile. Fermo ad attendere che quel
temporaneo viaggio della vita terminasse. Ad attendere la morte come via di
fuga, ad attendere il suo destino come un pluriergastolano.
Ad un tratto, si alzò e andò ad
accomodarsi nella zona giorno, poco più in là di dov’era.
Uscì la bottiglia del whisky,
prese un bicchiere, appoggiò tutto sul sudicio tavolo e si sedette su una
disagevole sedia. Si riempì il primo bicchiere. Lo sorseggiò. Si fermò poi ad
osservarlo. Nella stanza il silenzio regnava. Una luce gialla, opaca, provava
ad illuminare. Una formica passeggiava sul tavolo, prendendolo per una piazza.
Su di essa, Gioacchino, ci versò un po’ di whisky. Continuò imperterrita nel
suo percorso, seppur con qualche difficoltà nell’uscire da quel laghetto
alcolico. Gioacchino riprese a bere, osservando la formica che si allontanava
lemme lemme.
L’uomo si riempì un secondo
bicchiere e se lo scolò a sua volta.
Andò in bagno e dopo aver
pisciato, mentre si lavava le mani, si guardò nel piccolo specchio pieno di
aloni. Mormorò: “Ammazza quanto sei brutto…”
Uscito dal cesso, andò in cerca di un sigaro ed una volta
trovato, se lo accese con una lunga boccata. Una folta nebbia avvolse il suo
sguardo spento. Se ne stava in piedi e fumava rilassato augurandosi un tumore.
Il sigaro che si accese non era un mozzicone, ma poco ci mancava. Iniziò a
camminare per la stanza, spargendo cenere. Iniziò ad assalirlo una sensazione
di noia ed insoddisfazione. Non sapeva nemmeno lui di cosa avesse bisogno. Non
era voglia di scopare. Era da tempo che non nutriva particolari desideri. Ci fu
un periodo che si ammazzava di seghe e si fece tutte le mercenarie della zona,
ma poi si stufò anche di quei passatempi. Non aveva fame e non aveva sete. E
non aveva voglia di vedere e parlare con nessuno. Si stava annoiando, ma non
voleva porre rimedio a quello stato d’animo. Lavorare, seppur lo facesse con
indifferenza, senza particolari entusiasmi, gli piaceva, perché facendo
qualcosa, evitava la noia. Tornava a casa con piacere dopo il lavoro, poiché la
stanchezza accumulata, gli procurava una certa soddisfazione e poteva starsene
nella sua apatia e nella sua solitudine con gioia, poiché comunque stava
facendo qualcosa, ossia, si stava riposando, stava recuperando le forze come
una batteria sottocarica.
Nel fine settimana era riposato e
quel suo stato di isolamento a cui comunque teneva molto, gli creava tuttavia
un lieve fastidio. Proprio come quando un insetto cammina sulla pelle di un
uomo che non si accorge che un essere lo sta usando come tappeto rosso. Così
era il fastidio che provava in quelle ore libere, solitamente dedicate alla
famiglia e agli amici. Gioacchino non aveva né famiglia, né amici. I suoi unici
rapporti umani, erano circoscritti ai soli ambiti lavorativi. E gli piacevano
quei rapporti fatti di solidarietà, unione e complicità che aveva con i
colleghi. Un po’ meno gli piacevano i rapporti col suo titolare, ma spesso non
gli dava molto peso; l’importante per lui è che pagasse e che fosse puntuale
nel farlo.
Terminò il sigaro, ma prima di
spegnerlo per gettarlo, ustionò a morte una formica.
Non sapendo più cosa fare, si
gratto le chiappe, spense la luce e si coricò, pur sapendo che per qualche ora
ancora non avrebbe chiuso occhio.
Francesco Favia
domenica 6 aprile 2008 ore 16:07
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