www.nonsolocronache.com

LO SPAZIO PIU' CULT DELLA RETE
attualità, arte e cultura

Cerca nel sito

Condividi su...

Bookmark and Share
Visualizzazione post con etichetta criminalità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta criminalità. Mostra tutti i post

domenica 28 ottobre 2012

Violence


- Violence - idea, testo, grafica di Francesco Favia 

© riproduzione riservata

www.nonsolocronache.com 

Di' la tua, lascia un commento





mercoledì 11 aprile 2012

Soggetti a vendetta

Da scugnizzi a scagnozzi pentiti


Peppino, Totuccio e Ninuccio se la facevano lì, tra via Pakistan e via Giamaica, in quel punto del quartiere ribattezzato “L’angolo dei teppisti”. Lì, su quel marciapiede, abbondavano le bottiglie vuote di birra nazionale e i tappi di esse sull’asfalto, cospicui, decoravano quell’area suburbana.
Bazzicavano “La cantina dello zio Tom”, una squallida enoteca, fatiscente copertura della criminalità organizzata. L’enoteca era situata in via Pakistan. La gestiva Giosuè U’ Pakistan, detto così in quanto nato e cresciuto in quella via, dove ogni tanto pioveva, poiché le massaie sui loro balconi mettevano i panni sgocciolanti ad asciugare.
Peppino, Totuccio e Ninuccio era dei grandi scansafatiche. Si arrangiavano spacciando ogni tanto e facendo saltuariamente qualche lavoretto per conto di Giosuè. La maggior parte del tempo, però lo impiegavano a scolar birre da tre quarti, grattandosi le gonfie pance e osservando scorrere la vita nel quartiere.
I tre non avevano nemmeno vent’anni e non avevano nemmeno la licenza media. Nonostante le loro frequentazioni, gli unici precedenti penali erano per aggressione ai professori della scuola media che frequentarono, conseguendo condanne per interruzione di pubblico servizio.
Nel quartiere si pavoneggiano coi ragazzini, vantandosi di rapine e risse allo stadio. Resta il fatto che non sono mai stati beccati per rapina e non si sono mai visti con lividi e lesioni causate da manganellate firmate dall’antisommossa.
Non avevano voglia nemmeno di intraprendere un’ascesa nel mondo malavitoso, ma quasi per inerzia avrebbero finito col diventare degli scagnozzi.
La loro sorte era segnata: sarebbero morti ammazzati per strada o in carcere.
Senza palle com’erano, non ci si stupisce che sarebbero diventati, dopo qualche anno, degli infami di questura.

Passarono vent’anni. Diventarono collaboratori di giustizia e cambiarono identità. E da non crederci, iniziarono anche a lavorare: si misero a fare gli operai in delle ditte del nord Italia.
Non si sposarono mai. Si persero di vista. Anche il quartiere non seppe mai che fine fecero. Girava voce che furono vittime della lupara bianca.
Sembrarono svaniti nel nulla, sembrò che nessuno seppe che fine avessero fatto, ma Il Pakistano sapeva. Aveva sempre sospettato. Da anni si trovava in un carcere di massima sicurezza, dove tuttavia era riuscito a suon di mazzette a portare avanti le sue personalissime indagini. Alla fine i suoi sospetti ebbero molte conferme. Giosuè il Pakistano incominciò a meditare vendetta.

Era un giorno di primavera quando Ninuccio apprese della morte di Totuccio. Lo riconobbe in foto, durante un servizio al telegiornale. Pur mostrando i segni del tempo, il viso non riuscì a lasciare indifferente Ninuccio. Subito gli sembrò famigliare e dopo una decina di minuti ebbe una folgorazione: Totuccio. Era lui. Era certo. Lo trovarono su una panchina con una siringa al braccio.
Iniziò a sudare freddo. Capì che fu scoperto e fu ammazzato. Certo poteva avere commesso qualche altro sgarro verso altra gente, magari slavi o rumeni. Oppure il cambio d’identità e l’esilio lo hanno portato alla depressione e indotto a drogarsi pesantemente. Balle! Sapeva che quelle congetture che iniziò a porsi, erano solo blandi tentativi per cercar di non perdere la testa.
Contattò lo sbirro che seguì sin dall’inizio le operazioni del programma di protezione. Fu tranquillizzato. Quello gli disse di restare calmo, che quello non era il suo amico e che non c’entrava niente con i delitti di mafia.
Un po’ si tranquillizzò e tornò alla vita di tutti i giorni con più serenità.
Tre giorni dopo però, mentre si recava al lavoro in auto, sentì al radiogiornale del ritrovamento sulle rive del fiume di un cadavere.
Non diede molta importanza alla notizia, sul lavoro poi non ci pensò proprio. Sulla strada del ritorno, nel solo accendere l’autoradio, gli tornò in mente quel fatto.
A casa, mentre consumava la sua cena, un panino con la mortadella, ascoltò con molta attenzione il telegiornale. Il corpo di quell’uomo sembrava, dai primi rilievi, che fosse stato trasportato in un secondo momento sul luogo del rinvenimento. L’identità non era stata accertata. Addosso non c’erano documenti ed il corpo si presentava pesantemente martoriato. Sembrava, per gli inquirenti, che fu pestavo da diverse persone con mazze e spranghe e picchiato fin quando non avesse smesso di respirare.
Non si sapeva se quello fosse Peppino, ma Ninuccio iniziò a sentirsi male. Fu preso da un’atroce ansia, da una feroce paranoia e da un’insistente tachicardia.
Pensava che quello era il corpo di Peppino e che lo avessero portato lì, nel comune dove viveva lui, per avvertirgli che adesso sarebbe toccato a lui.
Serrò tutte le finestre e mise dei mobili dietro la porta. La notte non riuscì a chiudere occhio. Il giorno dopo non andò al lavoro.
Dopo un paio di giorni fu telefonato dalla segretaria del suo titolare. Si scusò per non aver avvisato ed inventò una banale scusa per giustificarsi.
Il giorno dopo si recò al lavoro. Era agitatissimo. Non voleva assolutamente morire, ma stava andando incontro al suo destino.
Sovrapensiero non si fermò a uno stop. Un impetuoso suono di clacson lo destò, un bestione su ruote…
Erano le sette e trentadue del mattino quando un autotreno lo travolse.

 Francesco Favia

7 aprile ’08  ore 15:47

ogni riferimento a fatti, luoghi e persone è puramente casuale



www.nonsolocronache.com

Di' la tua, lascia un commento

domenica 1 febbraio 2009

Brutte storie documentate in rete

Inquietante, ma dannatamente reale è l'episodio di estorsione raccontato in un cortometraggio girato a Bitonto

In perfetto Capagira style, “Storie di merda a Bitonto” è la messa in scena di un episodio della cosiddetta microcriminalità, spesso e volentieri collegata col crimine organizzato. Furti d’auto, estorsioni sono all’ordine del giorno e non solo nella città degli ulivi. Il comune della provincia di Bari è tra i più soggetti ai soprusi della malavita locale e chi ne fa le spese non può che essere l’onesto cittadino.Donato, l’onesto cittadino, si rivolge ad un presunto amico nel tentativo di ritrovare la sua amata automobile che gli è stata sottratta.L’amico colluso con personaggi di spicco della mafia locale, si attiva per “far uscire il caffè”, ossia la provvigione. Un perfetto intermediario insomma. D’altronde questo è il suo lavoro e deve portare il latte ai bambini.La trattativa non è facile e non riesce a rimediare la somma pattuita dall’estorsore. L’intermediario che cerca di guadagnare qualcosa, rischia di essere frainteso dal malavitoso che non ci penserebbe due volte a fargliela pagare, magari con una delle sue gambe.Alla fine si troverà un accordo, che ovviamente sarà tutto a favore del prepotente criminale. L’intermediario non ci guadagnerà niente e il povero Donato, il quale ci ha rimesso l’autoradio e qualche graffio sulla carrozzeria, rischierà di vedersi di nuovo rubare l’auto ed essere irrimediabilmente ricattato.Un video impeccabile se non fosse per il tremolio della telecamera, dove attori dilettanti si sono resi più che credibili, esaltando gli stati d’animo della gente che vive questi episodi, da tutte le sue prospettive. Si è visto un angosciato Donato, dialogare con un cane e domandarsi se fosse stato opportuno chiamare i Carabinieri, rinunciandoci, perché consapevole delle gravi conseguenze alle quali sarebbe andato in conto. E poi un professionista della mediazione tra il cittadino per bene e il furfante, che nei suoi modi di arrangiarsi, di guadagnarsi da vivere, si dimostra molto più sfigato del personaggio di Donato.L’ignobile e disumana prepotenza è stata ottimamente evidenziata dalle espressioni del viso dell’attore che ha interpretato il mafioso, mettendo in risalto la sicurezza di chi sa che comunque vada, lui ci ricaverà sempre qualcosa.Uno spaccato di vita, di società coraggiosamente messa in scena da questi ragazzi, che stanno raccogliendo consensi a colpi di click su Youtube. Certo, non si tratta qui dell’opera di Saviano, ma molti bitontini e non, ci si sono ritrovati in questo episodio.Un commento sotto il video, postato un mese fa’, riporta testualmente:
“Il video è stato girato senza alcun tipo di copione e senza ripetere le scene, è solo un documento su quello che realmente accade a Bitonto. Intanto le denunce per furto d'auto aumentano invece di diminuire! La soluzione non è sempre quella di non cedere al riscatto perchè non tutti si possono permettere di assicurare contro il furto la propria auto specie se ha un valore "irrisorio". Questa amministrazione cosa sta facendo per migliorare la situazione? Meditate gente meditate!”E il cittadino non può che meditare, ma le autorità competenti si dovrebbero effettivamente attivare.

Francesco Favia

Di' la tua, lascia un commento.

venerdì 19 dicembre 2008

La violenza non si placa facendo vittime tra la gente onesta

Giovane operaio muore per difendere la propria auto
Ennesimo episodio di fatale microcriminalità


Modugno, sobborgo industriale del capoluogo pugliese. Michelangelo De Palo, operaio ventitreenne, aveva quasi finito la pausa pranzo. Doveva accingersi a tornare al lavoro in una delle tante aziende presenti nel territorio modugnese, quando verso le 14:00, ieri pomeriggio, si vedeva portar via l’automobile da due balordi. In un disperato tentativo, riusciva ad afferrarsi alla portiera del lato passeggero, per giunta aprendola. Avrebbe voluto saltar nell’abitacolo per bloccare i malviventi, intenti a sottrargli il frutto del sacrificio di svariati sudatissimi stipendi. Invece il giovane operaio, vola sull’asfalto, sbattendo violentemente la testa e, forse, schiacciato dalla stessa auto; referti autoptici chiariranno.
Ennesimo episodio di microcriminalità fatale, in un territorio, quello pugliese, dove l’atto delinquenziale è presente quotidianamente. Sarebbe potuta sembrare una delle tante scene ricostruite dalle varie produzioni cine-televisive susseguitasi nell’ultimo decennio in Puglia. I protagonisti, in questo caso, non erano attori, non erano stuntman. Erano dei veri schifosissimi balordi, era un vero ragazzo che voleva avere almeno la soddisfazione di un’auto sportiva da guidare. Due criminali hanno spezzato una giovane vita. Una vita spezzata che non farà più otto in fabbrica e non potrà gustarsi il ritorno a casa a bordo della sua Alfa 147.
Questo è l’esito di un episodio di “piccola” delinquenza, che al contrario della ben camuffata (dai politici e non solo) macrocriminalità, colpisce in prima persona il cittadino, il lavoratore, la persona onesta. Colpisce causando traumi personali, danni alla persona, fino ad arrivare a dei veri drammi familiari, togliendo un figlio a della gente per bene.


Francesco Favia

mercoledì, 28 novembre 2007


www.nonsolocronache.com


http://ciscofavia.blogspot.com/

Di' la tua, lascia un commento.