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mercoledì 26 giugno 2013

Eterno temporale



Io sarò sempre un eterno temporale, scandito ogni tanto da fragorosi tuoni e lampi a tagliare un cielo eternamente grigio.

Francesco Favia 

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Francesco Favia
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lunedì 22 ottobre 2012

Charles Bukowski alla sua macchina da scrivere


Cartolina con Charles Bukowski alla sua macchina da scrivere nel 1988. Foto di Joan Levine Gannij, pubblicato dalla Island International Bookstore, Amsterdam. Per gentile concessione della Biblioteca Huntington, collezioni d'arte e giardini botanici.

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giovedì 20 settembre 2012

giovedì 13 settembre 2012

Ultime parole

- Ultime parole -  grafica realizzata il 13 settembre 2012 da Francesco Favia



Cara vita,
ti odio profondamente. Quante volte mi hai illuso, quante volte mi sembrava di avercela fatta ed invece tu con le tue strane circostanze mi hai ributtato al tappeto.
Mi hai piegato lentamente, destro, sinistro, mi hai messo all’angolo ed hai infierito senza pietà.
Sanguinante restavo in piedi e tentavo di reagire, ma tu ti prendevi gioco di me, facendo finta di prenderle per poi ricolpirmi pesantemente.
Quell’altro tuo compare del mondo che con la sora ingiustizia hanno alimentato un fuoco già acceso ed intenso.
E ve la ridevate, pezzi di merda… Tutti e tre sul ring, a prendermi calci. Esanime, giacevo disteso sul mio stesso sangue. L’arbitro non esisteva. Quel cornuto, si è venduto per un pel di fica: si fa fottere da quella troia dell’ingiustizia.
E sempre più forti quei colpi, quelle pedate mi toglievano il respiro e mi annebbiavano la vista.
Ad un certo punto, spinto da un briciolo di orgoglio, rimasuglio della mia anima, riesco ad alzarmi…
Prima che tu ed i tuoi complici mi finiate, salto fuori dal ring, corro nello spogliatoio, mi sfilo i guantoni, apro l’armadietto e impugno la mia cara rivoltella.
Bang!
Vaffanculo… E così sia.

 Francesco Favia

29 gennaio 2008   ore 22:00


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Naked



- Naked - Opera di Francesco Favia, realizzata il 13 settembre 2012


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NONSENSE


- NONSENSE - Opera di Francesco Favia, realizzata il 13 settembre 2012

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martedì 11 settembre 2012

My life does not exist


- My life does not exist - Opera di Francesco Favia, realizzata il 10 settembre 2012

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sabato 25 agosto 2012

Paolo Conte, Gli impermeabili



…ma come piove bene sugli impermeabili…
…e non sull’anima

- Paolo Conte -


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giovedì 23 agosto 2012

L'adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé


Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l'adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé. 


- Pablo Neruda -

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giovedì 12 aprile 2012

Talento sprecato


Dicono che ho talento,
perché non scrivi sul giornale,
sai, citando lo zio Luca,
in quel mondo ci vuole un fisico bestiale.
Nella vita non sono un portento,
ed è per questo che pesto la tastiera,
così da poter far nascere in me il sole la sera.

Le mie dite si muovono sui tasti,
ma questo non credo che basti,
la malinconia non mi lascia sola,
ma la scrittura un po’ mi consola.

E che le mie parole colpiscono la gente,
ben venga,
ma non mi dispiacerebbe che volassero da qualche dirigente,
di un grossa casa editrice, si intende.
Non me ne vogliano i piccoli editori,
ma io di soldi per delle pubblicazioni,
li riserverei per ben più concrete ambizioni.

Con qualche migliaio di euro non ci si compra una casa,
ma di certo non permettono nemmeno di raggiungere la fama.
Meglio conservarli,
per poi ritrovarli,
insieme agli altri.

E se De Niro in un suo film sostiene
che la peggior cosa nella vita di un uomo
sia il talento sprecato…
bene,
ma come andrebbe risaltato?

Chi mi vuol rispondere,
risponda,
ma spesso di commenti,
non se ne vedono nemmeno l’ombra.

Non mi resta che porre un saluto,
per chi mi ha letto
e per chi in me ha creduto.

Francesco Favia

8 aprile ’08 ore 17:33






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mercoledì 11 aprile 2012

Soggetti a vendetta

Da scugnizzi a scagnozzi pentiti


Peppino, Totuccio e Ninuccio se la facevano lì, tra via Pakistan e via Giamaica, in quel punto del quartiere ribattezzato “L’angolo dei teppisti”. Lì, su quel marciapiede, abbondavano le bottiglie vuote di birra nazionale e i tappi di esse sull’asfalto, cospicui, decoravano quell’area suburbana.
Bazzicavano “La cantina dello zio Tom”, una squallida enoteca, fatiscente copertura della criminalità organizzata. L’enoteca era situata in via Pakistan. La gestiva Giosuè U’ Pakistan, detto così in quanto nato e cresciuto in quella via, dove ogni tanto pioveva, poiché le massaie sui loro balconi mettevano i panni sgocciolanti ad asciugare.
Peppino, Totuccio e Ninuccio era dei grandi scansafatiche. Si arrangiavano spacciando ogni tanto e facendo saltuariamente qualche lavoretto per conto di Giosuè. La maggior parte del tempo, però lo impiegavano a scolar birre da tre quarti, grattandosi le gonfie pance e osservando scorrere la vita nel quartiere.
I tre non avevano nemmeno vent’anni e non avevano nemmeno la licenza media. Nonostante le loro frequentazioni, gli unici precedenti penali erano per aggressione ai professori della scuola media che frequentarono, conseguendo condanne per interruzione di pubblico servizio.
Nel quartiere si pavoneggiano coi ragazzini, vantandosi di rapine e risse allo stadio. Resta il fatto che non sono mai stati beccati per rapina e non si sono mai visti con lividi e lesioni causate da manganellate firmate dall’antisommossa.
Non avevano voglia nemmeno di intraprendere un’ascesa nel mondo malavitoso, ma quasi per inerzia avrebbero finito col diventare degli scagnozzi.
La loro sorte era segnata: sarebbero morti ammazzati per strada o in carcere.
Senza palle com’erano, non ci si stupisce che sarebbero diventati, dopo qualche anno, degli infami di questura.

Passarono vent’anni. Diventarono collaboratori di giustizia e cambiarono identità. E da non crederci, iniziarono anche a lavorare: si misero a fare gli operai in delle ditte del nord Italia.
Non si sposarono mai. Si persero di vista. Anche il quartiere non seppe mai che fine fecero. Girava voce che furono vittime della lupara bianca.
Sembrarono svaniti nel nulla, sembrò che nessuno seppe che fine avessero fatto, ma Il Pakistano sapeva. Aveva sempre sospettato. Da anni si trovava in un carcere di massima sicurezza, dove tuttavia era riuscito a suon di mazzette a portare avanti le sue personalissime indagini. Alla fine i suoi sospetti ebbero molte conferme. Giosuè il Pakistano incominciò a meditare vendetta.

Era un giorno di primavera quando Ninuccio apprese della morte di Totuccio. Lo riconobbe in foto, durante un servizio al telegiornale. Pur mostrando i segni del tempo, il viso non riuscì a lasciare indifferente Ninuccio. Subito gli sembrò famigliare e dopo una decina di minuti ebbe una folgorazione: Totuccio. Era lui. Era certo. Lo trovarono su una panchina con una siringa al braccio.
Iniziò a sudare freddo. Capì che fu scoperto e fu ammazzato. Certo poteva avere commesso qualche altro sgarro verso altra gente, magari slavi o rumeni. Oppure il cambio d’identità e l’esilio lo hanno portato alla depressione e indotto a drogarsi pesantemente. Balle! Sapeva che quelle congetture che iniziò a porsi, erano solo blandi tentativi per cercar di non perdere la testa.
Contattò lo sbirro che seguì sin dall’inizio le operazioni del programma di protezione. Fu tranquillizzato. Quello gli disse di restare calmo, che quello non era il suo amico e che non c’entrava niente con i delitti di mafia.
Un po’ si tranquillizzò e tornò alla vita di tutti i giorni con più serenità.
Tre giorni dopo però, mentre si recava al lavoro in auto, sentì al radiogiornale del ritrovamento sulle rive del fiume di un cadavere.
Non diede molta importanza alla notizia, sul lavoro poi non ci pensò proprio. Sulla strada del ritorno, nel solo accendere l’autoradio, gli tornò in mente quel fatto.
A casa, mentre consumava la sua cena, un panino con la mortadella, ascoltò con molta attenzione il telegiornale. Il corpo di quell’uomo sembrava, dai primi rilievi, che fosse stato trasportato in un secondo momento sul luogo del rinvenimento. L’identità non era stata accertata. Addosso non c’erano documenti ed il corpo si presentava pesantemente martoriato. Sembrava, per gli inquirenti, che fu pestavo da diverse persone con mazze e spranghe e picchiato fin quando non avesse smesso di respirare.
Non si sapeva se quello fosse Peppino, ma Ninuccio iniziò a sentirsi male. Fu preso da un’atroce ansia, da una feroce paranoia e da un’insistente tachicardia.
Pensava che quello era il corpo di Peppino e che lo avessero portato lì, nel comune dove viveva lui, per avvertirgli che adesso sarebbe toccato a lui.
Serrò tutte le finestre e mise dei mobili dietro la porta. La notte non riuscì a chiudere occhio. Il giorno dopo non andò al lavoro.
Dopo un paio di giorni fu telefonato dalla segretaria del suo titolare. Si scusò per non aver avvisato ed inventò una banale scusa per giustificarsi.
Il giorno dopo si recò al lavoro. Era agitatissimo. Non voleva assolutamente morire, ma stava andando incontro al suo destino.
Sovrapensiero non si fermò a uno stop. Un impetuoso suono di clacson lo destò, un bestione su ruote…
Erano le sette e trentadue del mattino quando un autotreno lo travolse.

 Francesco Favia

7 aprile ’08  ore 15:47

ogni riferimento a fatti, luoghi e persone è puramente casuale



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giovedì 29 dicembre 2011

Desiderio di dissolvenza



Vorrei dissolvermi
come una nuvola di fumo,
come  una vibrazione sonora,
consumarmi come una sigaretta,
essere aspirato dal tempo,
e non mi dite che sono un blasfemo,
che devo accettare questo splendido dono che è la vita…
Al diavolo!!!

So io cosa devo fare
e sopportare
per arrivare
con lo stomaco pieno la sera.

Buonanotte,
domani un’altra giornata di merda
mi attende.

Francesco Favia

26/05/2006, ore 20:58

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venerdì 16 dicembre 2011

Maledetto malessere



Pervaso da ansia lacerante,
la paranoia sembra essere il mandante…
Sto male e non capisco il perché…
Ma l’origine del mio male non so qual è…
Forse un giorno, fra un mese o fra cent’anni,
avranno fine i miei malanni…
Non so se morirò a causa di un incidente o di una malattia,
ma alla fine cosa conta, cosa vuoi che sia…
Forse mi farò un buco qui, proprio sulla tempia,
ma se non vuoi, allora cercherò di far sì che la luce non si spenga.

Francesco Favia

giovedì 10 gennaio 2008 ore 00:20


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giovedì 8 dicembre 2011

E scrivo…




E scrivo…
Non so cosa…
In questo preciso istante ho voglia di scrivere…
…di scrivere qualcosa…
…ma per non scrivere cazzate…
è meglio che vada a dormire.

Francesco Favia

29 ottobre 2004

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venerdì 26 dicembre 2008

Su Raiuno Benigni ha acceso il Natale

Un immenso Benigni narra ad adulti e bambini la favola di “Pierino e il lupo”

Raro momento di grande televisione su Raiuno la sera di Natale. Si è potuto assistere ad uno spumeggiante Roberto Benigni, in formissima, saltellare a destra e a sinistra, tra la l’orchestra e le prime file della platea, a suon di musica, prima che introducesse la favola musicale di “Pierino & il lupo”. E dopo aver omaggiato poeticamente l’uomo, l’unico in natura in grado di produrre quella magia che è la musica, ha presentato i vari personaggi della favola e gli strumenti musicali che li interpretano, concludendo con chi bada a tutti i musicisti: il maestro Abbado. E tra giochi di parole e metafore, Benigni ha dato il meglio di sé, nell’introduzione allo spettacolo.
Un sopraffino evento nel quale il premio Oscar ha prestato non solo la sua voce, ma la sua superba ironia ed il suo eccelso intelletto, per concedersi come voce narrante della favola di Prokof'ev.
E come le cose belle, questa delizia artistica è forse durata troppo poco, volata via troppo presto. Lo spettatore sicuramente non avrà distolto lo sguardo dalle peripezie di Benigni e l’orecchio dalle note fiabesche eseguite magistralmente dall’Orchestra di Mozart. Lieto del regalo ricevuto dall’azienda verso la quale paga il canone, si sarà domandato: “Devo ogni volta attendere Natale per guardare qualcosa di interessante in tv?”.

Francesco Favia


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domenica 21 dicembre 2008

Forma d'arte, demagogia... o voce del popolo?

Dopo i politici, anche gli artisti si ergono a paladini. I lavoratori vengono definiti eroi e chi li definisce tali intasca senza lavorare.

In un mondo sempre più sconvolto dalle ingiustizie e dai soprusi dei potenti, dagli stipendi irrisori e dal beffardo caro vita, c’è chi coglie la palla al balzo per innalzarsi a paladino di noi disgraziati e mettersi in tasca guadagni che in nome dell’arte, non sono senz’altro sudati.
Sicuramente ben vengano le forme d’arte che in qualche modo rappresentino le difficoltà dei più deboli, ma, io che voglio pensar male, non sono convinto che lo facciano per puro senso di rivalsa morale. Apprezzabili dunque le ultime fatiche di Virzì, Caparezza, gli show di Grillo, ma senza noi precari, noi operai, noi vittime di multinazionali e parlamentari, non mangerebbero. Sarebbe toccato anche a loro impazzire in un call center, "spaccarsi le nocche sotto il sole", sudare, affaticarsi per uno stipendio che non basta nemmeno per sopravvivere.
Per prendere un esempio specifico, consideriamo il signor Salvemini da Molfetta, alias Caparezza. Un ragazzo umile, che non si è montato la testa nonostante il fortunato successo. Figlio di un operaio ed una maestra, tutt’oggi vicino alla realtà molfettese, nel suo ultimo singolo, interpreta l’operaio Luigi delle Bicocche. Mette in musica la voce di tutti noi poveracci. Probabilmente, o almeno si spera, avrà preso spunto da qualche persona a lui vicina. Potrà risultare anche una bella canzone, sicuramente dal testo significativo, tuttavia c'è qualcosa che non mi convince. Scusatemi. Se forse questa canzone si fosse trovata in un suo primo album, sarebbe stata più apprezzabile, ma cantata da chi ora è affermato. Non saprei. Accusato da sempre di far un uso ridondante di banale retorica, in questo caso ha superato se stesso, arrivando a proporre un incipit per una nuova corrente musical/artistica: la demagogia artistica.
Facendo un paragone, Fabri Fibra, parlava delle sue problematiche col lavoro nei suoi dischi underground. Era credibile, poiché lavorava per campare. E poi descriveva frustranti sensazioni e inquietanti stati d’animo. Ora descrive il mondo dello spettacolo e della discografia. Caparezza, probabilmente dovrebbe più cantare di sensazioni autobiografiche, piuttosto che interpretare un ruolo che non gli si addice, ossia il muratore, uno dei mestieri più massacranti che ci siano.
Demagogico, al punto tale che sembra che stia cercando di accaparrarsi più fan possibili, giocando la carta del lavoro e di tutte le sue brutture. Un vero e proprio sfruttamento di certi temi e certe problematiche sociali. La canzone “Eroe”, seppur orecchiabile e rappresentativa, mi sembra fuori luogo cantata da una persona che, a quanto pare, non ha mai lavorato più di tanto nella sua vita. Ci sono tanti artisti che si sono fatti il cosiddetto “mazzo”, prima di sfondare, ma non si sono mai eretti a paladini della società. In un'intervista, il signor Salvemini, disse che provò a fare il grafico, ma non ebbe fortuna. Eppure il talento non gli mancava, vinse anche una borsa di studio. Era forse la voglia di lavorare a mancare? Non so, mi sovviene Fabrizio Moro, che faceva il facchino fino a poco tempo fa’. È vero, di sua proprietà intellettuale è “Pensa”, ma quella, a mio avviso, è una canzone che fa riflettere, molto coraggiosa. Ce ne sono tanti di cantautori e scrittori che hanno fatto di tutto per campare: Albano, Luciano Ligabue, ricchissimo ora, ma sempre fiero di aver lavorato anche in campagna per racimolare qualche soldo. Oppure, prendendo una macchina del tempo, vi posso portare alla memoria, l’irriverente Charles Bukowski che nei suoi libri ridicolizzava i suoi datori di lavoro, spesso cinici sfruttatori. Diverso è, l’autoproclamarsi eroi, interpretando la gente che si deve compiacere per puri scopi di lucro. Io diffiderei di chi scrive solo ed esclusivamente canzoni a carattere sociale. Molto meglio chi, canzoni del genere, le riserva per occasioni e/o iniziative speciali. Il caso più noto è senza dubbio “Il mio nome è mai più” di tre mostri sacri del panorama musicale italiano, ma ci sono anche altri casi.
Indubbiamente la maggior parte dei lettori vorrà linciarmi, soprattutto i fan degli artisti da me citati, ma d’altronde siamo, sulla carta, in democrazia. Mi sono limitato ad esprimere un parere, credo oggettivo. Un’opinione su alcune linee artistiche. Senza turpiloqui ho esposto le mie impressioni. E poi… non era internet il mondo della libertà di opinione, espressione e parola????
Ribadisco che provocatoriamente ho voluto pensar male, ma come si dice… a pensar male, raramente si sbaglia.

Francesco Favia


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