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mercoledì 29 agosto 2012

E ricordo un pomeriggio di qualche anno fa' - Tratto dal romanzo "Sotto la luna metropolitana" di Francesco Favia



E ricordo un pomeriggio di qualche anno fa’ . Ero con Ernesto in camera sua. 
Ci trovammo a rovistare tra vecchie fotografie e ci rivedemmo lì, in quelle istantanee.
Magri, piccolini e con la faccia incazzata. 
In alcune foto sorridevamo e facevamo boccacce, in altre notai una naturale incazzatura spavalda. 
Sguardi torvi ed inquietanti. Mi facevo paura riguardandomi. Non era banale rabbia adolescenziale, 
era proprio spavalderia bella e buona. Non avevamo paura di nulla. 
Eravamo forti. La vita con gli anni ha risucchiato quella vitalità, quella sicurezza. Siamo più forti fisicamente,
ma meno resistenti di fiato e di mente. In quegli anni non soffrivi mai, ma se capitava piagnucolavi 
e cercavi conforto. 
Adesso stai sempre male, sei frustrato, ma non lo mai dai a vedere. Già te lo mettono in culo tutti,
se ti dimostri debole sei finito. Io sono finito e mi ritrovo qui e così, perché non ho voluto più giocare.
Ho dato forfait. Mi sono rotto le palle di sopportare tutti e di cercare a tutti i costi di mostrare a tutti che sono una 
persona in gamba e che sono un tipo brillante e vincente. 
Non lo sono. E questo lo abbiamo capito dato che sono dove mi ritrovo. Fanculo. 


Dal romanzo "Sotto la luna metropolitana" di Francesco Favia, 
anno 2003, inedito

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mercoledì 11 aprile 2012

Soggetti a vendetta

Da scugnizzi a scagnozzi pentiti


Peppino, Totuccio e Ninuccio se la facevano lì, tra via Pakistan e via Giamaica, in quel punto del quartiere ribattezzato “L’angolo dei teppisti”. Lì, su quel marciapiede, abbondavano le bottiglie vuote di birra nazionale e i tappi di esse sull’asfalto, cospicui, decoravano quell’area suburbana.
Bazzicavano “La cantina dello zio Tom”, una squallida enoteca, fatiscente copertura della criminalità organizzata. L’enoteca era situata in via Pakistan. La gestiva Giosuè U’ Pakistan, detto così in quanto nato e cresciuto in quella via, dove ogni tanto pioveva, poiché le massaie sui loro balconi mettevano i panni sgocciolanti ad asciugare.
Peppino, Totuccio e Ninuccio era dei grandi scansafatiche. Si arrangiavano spacciando ogni tanto e facendo saltuariamente qualche lavoretto per conto di Giosuè. La maggior parte del tempo, però lo impiegavano a scolar birre da tre quarti, grattandosi le gonfie pance e osservando scorrere la vita nel quartiere.
I tre non avevano nemmeno vent’anni e non avevano nemmeno la licenza media. Nonostante le loro frequentazioni, gli unici precedenti penali erano per aggressione ai professori della scuola media che frequentarono, conseguendo condanne per interruzione di pubblico servizio.
Nel quartiere si pavoneggiano coi ragazzini, vantandosi di rapine e risse allo stadio. Resta il fatto che non sono mai stati beccati per rapina e non si sono mai visti con lividi e lesioni causate da manganellate firmate dall’antisommossa.
Non avevano voglia nemmeno di intraprendere un’ascesa nel mondo malavitoso, ma quasi per inerzia avrebbero finito col diventare degli scagnozzi.
La loro sorte era segnata: sarebbero morti ammazzati per strada o in carcere.
Senza palle com’erano, non ci si stupisce che sarebbero diventati, dopo qualche anno, degli infami di questura.

Passarono vent’anni. Diventarono collaboratori di giustizia e cambiarono identità. E da non crederci, iniziarono anche a lavorare: si misero a fare gli operai in delle ditte del nord Italia.
Non si sposarono mai. Si persero di vista. Anche il quartiere non seppe mai che fine fecero. Girava voce che furono vittime della lupara bianca.
Sembrarono svaniti nel nulla, sembrò che nessuno seppe che fine avessero fatto, ma Il Pakistano sapeva. Aveva sempre sospettato. Da anni si trovava in un carcere di massima sicurezza, dove tuttavia era riuscito a suon di mazzette a portare avanti le sue personalissime indagini. Alla fine i suoi sospetti ebbero molte conferme. Giosuè il Pakistano incominciò a meditare vendetta.

Era un giorno di primavera quando Ninuccio apprese della morte di Totuccio. Lo riconobbe in foto, durante un servizio al telegiornale. Pur mostrando i segni del tempo, il viso non riuscì a lasciare indifferente Ninuccio. Subito gli sembrò famigliare e dopo una decina di minuti ebbe una folgorazione: Totuccio. Era lui. Era certo. Lo trovarono su una panchina con una siringa al braccio.
Iniziò a sudare freddo. Capì che fu scoperto e fu ammazzato. Certo poteva avere commesso qualche altro sgarro verso altra gente, magari slavi o rumeni. Oppure il cambio d’identità e l’esilio lo hanno portato alla depressione e indotto a drogarsi pesantemente. Balle! Sapeva che quelle congetture che iniziò a porsi, erano solo blandi tentativi per cercar di non perdere la testa.
Contattò lo sbirro che seguì sin dall’inizio le operazioni del programma di protezione. Fu tranquillizzato. Quello gli disse di restare calmo, che quello non era il suo amico e che non c’entrava niente con i delitti di mafia.
Un po’ si tranquillizzò e tornò alla vita di tutti i giorni con più serenità.
Tre giorni dopo però, mentre si recava al lavoro in auto, sentì al radiogiornale del ritrovamento sulle rive del fiume di un cadavere.
Non diede molta importanza alla notizia, sul lavoro poi non ci pensò proprio. Sulla strada del ritorno, nel solo accendere l’autoradio, gli tornò in mente quel fatto.
A casa, mentre consumava la sua cena, un panino con la mortadella, ascoltò con molta attenzione il telegiornale. Il corpo di quell’uomo sembrava, dai primi rilievi, che fosse stato trasportato in un secondo momento sul luogo del rinvenimento. L’identità non era stata accertata. Addosso non c’erano documenti ed il corpo si presentava pesantemente martoriato. Sembrava, per gli inquirenti, che fu pestavo da diverse persone con mazze e spranghe e picchiato fin quando non avesse smesso di respirare.
Non si sapeva se quello fosse Peppino, ma Ninuccio iniziò a sentirsi male. Fu preso da un’atroce ansia, da una feroce paranoia e da un’insistente tachicardia.
Pensava che quello era il corpo di Peppino e che lo avessero portato lì, nel comune dove viveva lui, per avvertirgli che adesso sarebbe toccato a lui.
Serrò tutte le finestre e mise dei mobili dietro la porta. La notte non riuscì a chiudere occhio. Il giorno dopo non andò al lavoro.
Dopo un paio di giorni fu telefonato dalla segretaria del suo titolare. Si scusò per non aver avvisato ed inventò una banale scusa per giustificarsi.
Il giorno dopo si recò al lavoro. Era agitatissimo. Non voleva assolutamente morire, ma stava andando incontro al suo destino.
Sovrapensiero non si fermò a uno stop. Un impetuoso suono di clacson lo destò, un bestione su ruote…
Erano le sette e trentadue del mattino quando un autotreno lo travolse.

 Francesco Favia

7 aprile ’08  ore 15:47

ogni riferimento a fatti, luoghi e persone è puramente casuale



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mercoledì 14 marzo 2012

Feccia

Lo attendevano al Royal pub. Jack in una strada poco illuminata, camminava nervosamente. Era al verde da diverse settimane e non riusciva a trovare uno straccio di lavoro. La sua donna, Penny, gli aveva dato un ultimatum: “Non voglio passare la mia vita con un fallito!” Gli urlò qualche giorno prima. Erano solo parole strillate. Lei non lo avrebbe mai lasciato, era innamorata persa. Jack, comunque, ferito nell’orgoglio, decise che era giunto il momento di produrre grana, con qualsiasi mezzo.
Tom, Charles e Bob si stavano scolando diversi boccali di birra scura. Avevano iniziato a parlare grossomodo del colpo che avevano intenzione di fare ad un’agenzia assicurativa. Per i dettagli, attendevano Jack. Quest’ultimo era in ritardo, se ne rese conto e affrettò il passo che echeggiava nella notte e tagliava la penombra. In lontananza intravide due brutti ceffi. Jack continuò a camminare tranquillo, pur consapevole del fatto che si sarebbe imbattuto con quei due balordi. Il più grosso gli bloccò il passaggio. Jack lo spinse chiedendogli se avesse dei problemi. L’altro, piccoletto, ma più aggressivo iniziò a blaterare e a partire di mani. Jack di costituzione era una via di mezzo tra quei due esseri, ma sicuramente molto più suscettibile di quei due ladruncoli di strada. Jack schivò i colpi del piccoletto, senza nemmeno sfilarsi le mani dalle tasche. Tutto finì lì, se ne andarono senza che il più grosso accennò a un gesto e con il piccoletto che continuò ad inveire. Se fosse stato colpito, Jack, avrebbe reagito, dando sfogo a tutta la sua frustrazione, a tutta quella rabbia che reprimeva da tempo e avrebbe picchiato chiunque avesse cercato di attaccarlo, fossero stati anche dieci, cento, mille; a lui, ormai, poco importava di finire al camposanto. Si sarebbe fatto bucare da qualche lama, ma sicuramente avrebbe voluto morire attaccando e non subendo da indifesa preda.
Giunto al locale, li vide. Erano seduti, apparentemente tranquilli, nonostante fossero alticci.
Si avvicinò e prese posto.
“Ehi Jack, tutto bene?” fece Charles.
“Ciao ragazzi. Tutto bene.” Rispose Jack. Mentre gli altri ripresero a sputare parole, Jack con un fischio attirò l’attenzione del cameriere, al quale ordinò un doppio whisky liscio.
“Allora Jack, sei pronto?” disse Bob
“Abbiamo pensato di agire venerdì pomeriggio. Appena l’impiegata andrà a fare il versamento in banca, la blocchiamo e ci facciamo dare il denaro?” illustrò  brevemente il piano Charles.
Tom era più propenso a un attacco frontale, ad un’invasione della base nemica: “Io andrei direttamente nell’ufficio e preleverei il contante a modo mio.”
Jack sogghignò appena.
“Charles sostiene che sia troppo rischioso così.” Riprese il discorso Tom.
“Gli impiegati non sono tutti presenti al bancone vicino l’ingresso. Ce ne sono alcuni presenti in altre stanze dietro.” Spiegò Charles “Questi se sentono il trambusto, capirebbero e chiamerebbero gli sbirri.”
“Non ce la faremmo a prendere quel che dobbiamo prendere e a darcela a gambe.” Disse Bob.
I tre, brilli, non si preoccupavano di fare certi discorsi usando un basso tono di voce. C’era il solito baccano al pub e i loro discorsi si mescolavano al resto del fracasso. E a parte questo, il posto in questione era abbastanza malfamato, non c’era da preoccuparsi. Certo qualche piedipiatti in incognito  poteva sempre capitare. E poteva sempre capitare che qualche piedipiatti in incognito fosse fatto fuori, se scoperto.
Erano le tre del mattino, quando i quattro uscirono dal Royal pub. Erano ubriachi. Anche Jack aveva bevuto qualche bicchiere di troppo.
Erano felici tra i fumi dell’alcool, mentre avvolti da una sottile foschia, pensavano al colpo che avrebbero dovuto fare un paio di giorni dopo.
Ad un certo punto il silenzio della notte, fu bruscamente spezzato da un rombo. Una potente motocicletta, cavalcata da due tizi dai visi coperti dai caschi, affiancò i quattro che barcollando, cercavano di fare ritorno alle loro tane.
I due sicari avevano un obiettivo preciso. “BANG! BANG! BANG!“ Tre colpi di pistola freddarono Jack, che cadde in una pozza si sangue. Gli altri, pur non essendo i bersagli dei killer, uscirono, comunque sia, illesi da quei fuochi d’artificio.
Tom, Charles, Bob se la diedero a gambe levate. I tre, può darsi, avrebbero fatto lo stesso fuori Jack per spartirsi meglio la torta. Due angeli della morte gli hanno fatto un favore.
Jack giaceva lì, sul marciapiede, agonizzante. Respirava a fatica. Sapeva che stava salutando quel mondo boia e forse era anche un po’ sollevato di lasciare la sua schifosissima vita. Per il resto, non pensava a niente. Fissava il vuoto buio della notte. Poco dopo sarebbe morto.
Qualcuno voleva la sua morte e la ottenne. Qualcuno che fu pestato da lui, qualcuno a cui doveva dei soldi, qualcuno con cui sgarrò, qualcuno.
 Il mattino dopo, sotto un roseo cielo albeggiante, un netturbino avrebbe trovato la carcassa violacea di Jack.

Francesco Favia

12 marzo 2008     ore 19:15 


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giovedì 29 dicembre 2011

sbalordito il diavolo rimase quando comprese quanto osceno fosse il bene

"se l'amore è vero amore, niente può separare due persone fatte per stare insieme", ieri dopo tanti anni mi sono rivisto "Il Corvo". Gran figata di film

 

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