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lunedì 30 marzo 2015

I miei pensieri si sono trasferiti su ciscoman.net


Finalmente on line!!!! Il mio sito web, dopo oltre un anno dedito alla sua costruzione, è terminato! Sicuramente ci avrei impiegato molto meno se avessi avuto più tempo libero a disposizione, ma se lo avessi avuto, non mi ci sarei potuto dedicare con l'adeguata serenità. Nel mio sito web ho raccolto le impressioni e gli spunti sorti negli ultimi due anni e mezzo di vita portoghese, ispirati dalla peculiare atmosfera che si respira nella capitale lusitana. Nel sito potete trovare anche molte mie opere di gioventù, tra cui romanzi, racconti, poesie, tutto materiale che sto man mano riversando su questo mio nuovo contenitore virtuale. La mia velleità letteraria è solo una passione, un hobby, ma dietro ogni creativo c'è sempre l'aspetto dell'ego assetato di quel riscontro da parte della gente, necessario per alimentare la fiamma dell'artista che si cela in ognuno di noi.

~ Cisco ~

26 marzo 2015


Francesco Favia © All rights reserved


                                            ciscoman.net

venerdì 9 agosto 2013

Aspetta primavera, Bandini


Colonna sonora del film "Aspetta primavera, Bandini" - appena terminata la visione - tratto dall'omonimo romanzo che lessi anni fa'. La prosa di John Fante non si può confrontare con una trasposizione cinematografica, ma nel film le atmosfere del libro sono state ben ricreate. 
Boa noite.

Lisbona, 8 agosto 2013 ore 23:00

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lunedì 20 maggio 2013

Pensieri da Lisbona

Francesco Favia, blogger 

Ho occhi per tutte, il cuore per poche.

Francesco Favia 

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Lisbona, 19 febbraio 2013


Rientrando a piedi dalla palestra, camminando sotto il cielo plumbeo di Lisbona, musica evocativa nelle orecchie, anima sconvolta e la guerra in testa. Energia.

Lisbona, 20 febbraio 2013

Francesco Favia 

© riproduzione riservata

Io sarò sempre un eterno temporale, scandito ogni tanto da fragorosi tuoni e lampi a tagliare un cielo eternamente grigio.

Francesco Favia 

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Francesco Favia, blogger 

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mercoledì 26 dicembre 2012

Lacrime e parole

Paulo Coelho

Le parole sono lacrime fermate con la scrittura.
Le lacrime sono parole che hanno urgenza di sgorgare. 

Dal libro "Aleph" di Paulo Coelho
da PensieriParole

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Francesco Favia
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venerdì 30 novembre 2012

Cinema e scrittura. The Hurricane.


"Non potete giudicare quello che ho passato, perché nessuno di voi ci è passato." 
Tratto da - The Hurricane -

"Per me è stato un miracolo vedere di nuovo tanta luce in un essere umano. Quando sei arrivato era come se il giorno fosse senza sole, scuro e freddo. Poi, di colpo, e senza alcun preavviso, dei raggi hanno squarciato l'oscurità e la luce ha avvolto tutto." 

Dal film - The Hurricane -

"Scrivere è magia. Quando ho cominciato a scrivere, ho scoperto che non stavo solo raccontando una storia. Scrivere è un'arma. Ed è un'arma più potente di qualsiasi pugno. Ogni volta che mi sono messo a scrivere, mi sono levato sopra le mura di questa prigione e il mio sguardo andava oltre, al di là dello stato del New Jersey." 

Sempre tratto dal film - The Hurricane –

" colui che lamenta la mancanza di opportunità, dimentica che al di là di piccole porte spesso si trovano delle grandi stanze " 

Dal film - The Hurricane -

"La tua lettera, le emozioni, gli auguri, l'interesse e il calore balzavano letteralmente fuori dalla pagina, mentre leggevo il tuo messaggio. È stato come se tu avessi letto i miei pensieri e ti fossi proteso per dividere i tuoi con me, in un momento in cui io potevo ascoltarli." 
Sempre dal film - The Hurricane -

Le canzoni, i film, i libri, emozionano perché trasmettono emozioni, anche già vissute, per questo spesso ci rispecchiamo in tali forme d'arte e di comunicazione.
Francesco Favia
Venerdì 23 novembre 2012 ore 00:21
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Francesco Favia
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giovedì 1 novembre 2012

Quando la tempesta...



Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. 
Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato


Haruki Murakami - Kafka sulla spiaggia

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lunedì 22 ottobre 2012

Charles Bukowski alla sua macchina da scrivere


Cartolina con Charles Bukowski alla sua macchina da scrivere nel 1988. Foto di Joan Levine Gannij, pubblicato dalla Island International Bookstore, Amsterdam. Per gentile concessione della Biblioteca Huntington, collezioni d'arte e giardini botanici.

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mercoledì 10 ottobre 2012

Lavori truffa, le prese per i fondelli di certi "selezionatori"


Dal romanzo - Davanti a me -  di Francesco Favia, anno 2005, inedito.


Sotto il cielo grigio che rappresentava benissimo il suo stato d’animo, camminava angosciosamente con gli occhi che cercavano scritte: “cercasi…” Cercava qualsiasi cosa, ma c’era da superare la selezione anche per un posto da commesso.
In quel periodo lasciò il suo numero e il suo curriculum, che raccontava poco o niente, a svariate agenzie e aziende che costantemente gli dicevano che avrebbe avuto una telefona per un colloquio.
Ovviamente non gli arrivò nessuna telefonata, tranne una volta: gli fu comunicato da una segretaria, più giovane di lui, di presentarsi il lunedì mattina, alle otto e trenta, in giacca e cravatta. Un raggio di speranza gli illuminò gli occhi.
Il lunedì mattina si svegliò sereno, fece colazione, si tirò a lucido e speranzoso si recò all’ufficio. Camminava per la strada quasi fiero e si sentiva adulto e un po’ vecchio per via di quell’abbigliamento che dovette indossare e che non amava in particolar modo. Era contento, perché finalmente si sentiva vivo. Aveva qualcosa da fare. Si sentiva parte della società. Oh! Andava a lavoro…per giunta in ufficio e in giacca e cravatta!!
Sembrava troppo bello per essere vero, ed infatti…
In ufficio (anche se in ufficio ci sono degli impiegati e lì non c’era nessun impiegato…) Samuele  trovò altri giovani, forse più disperati di lui e con situazioni peggiori della sua, i quali seduti aspettavano il capoufficio.
Quando arrivò, cominciò a fare il lavaggio del cervello ai nuovi e, a volte chiedeva ai veterani di spiegare certi punti. I veterani non avevano l’entusiasmo che tanto avrebbero dovuto avere, secondo le parole di quel demente con la erre moscia che si presentava come capoufficio.
La perplessità di Samuele si intensificava.
Dopo le varie spiegazioni, ci fu una divisione in gruppi, capitanati ognuno dal ragazzo che da più tempo lavorava lì.
Samuele e il suo gruppo dovevano andare fuori città, in un paesino. Non sapeva ancora cosa gli aspettasse, pensava che avrebbe dovuto far domande alla gente e compilare dei moduli, perché così molto vagamente gli disse il tizio con la erre moscia in un breve colloquio. Durante il viaggio chiese informazioni ai suoi “colleghi” e gli chiese se si trovavano bene a lavorare per questa… azienda.
Sembravano, quasi di proposito, tutti entusiasti, eccetto il ragazzo che lavorava solo da qualche giorno.
Samuele sentiva dentro di sé che non sarebbe stato il suo lavoro, forse per istinto, forse per sesto senso o forse per le spiegazioni vaghe ricevute dai ragazzi nell’auto che lo intossicavano con la cenere e il fumo di sigarette.
Il suo presentimento si concretizzò, quando alle porte del paese chi guidava accostò. Dopo esser scesi tutti dall’auto, i giovani lavoratori aprirono il portabagagli dell’auto dal quale estrassero diversi libri. Praticamente con una serie di parole bisognava convincere la gente ad acquistare i libri - di bassissimo livello d’altronde, che andavano dai libri da colorare ai libri di ricette - , provando addirittura a dire che i soldi andavano in beneficenza ad una associazione… Altro che giovani lavoratori, giovani elemosinatori! Comunque per Samuele era solo il primo giorno (e anche l’ultimo) e doveva solo assistere per vedere come si faceva a raggirare la gente.
Samuele seguì il capogruppo. Bussarono alle porte di varie abitazioni: la maggior parte erano signore anziane che con la pensione a malapena arrivano alla fine del mese e che sostenevano (ed erano sincere, le persone sincere si riconoscono) di aver dato già qualcosa ad altri ragazzi che lo stesso vendevano libri per far del bene. Oppure c’erano casalinghe con mutui da pagare e il resto dei problemi che tante famiglie di mortali hanno (tra cui la famiglia di Samuele).
Beh a quell’ora chi volevano trovarci in casa?
Il capogruppo, dopo diversi tentativi falliti telefonò al suo compare in giro per il paese come loro due.
“Ehi! Vedi che qui sono già passati!”
Samuele, mentre guardava il “lavoratore” al telefono, pensava disgustato:
“Pensa te… non c’è solo un’associazione che va a fregare la gente…ma svariate!”
In più Samuele dovette sorbirsi gli atteggiamenti poco simpatici di superiorità che aveva quel ragazzo. Si sentiva superiore, perché era un capogruppo, ovvero un “manager” come diceva il tizio con la erre moscia: “Si comincia come agenti, per poi col tempo e con l’esperienza diventare manager e guadagnare di più”. Avete capito che tipo di lavaggio del cervello faceva il capoufficio con la erre moscia?
Agente? Manager? Chi ci casca non sa neanche il significato di quelle parole.
In più i “lavoratori” sostenevano che realmente parte del ricavato andava a finire ad un’associazione di disabili, ma il nostro Samuele era come san Tommaso, doveva vedere per credere.
Samuele capiva che avevano bisogno di lavorare, perché anch’egli era sulla stessa barca, ma…lavorare e non elemosinare o fregare la gente!
Samuele quella mattina, andò alla stazione di quel paesino, prese il treno e tornò a casa più afflitto di prima, con l’ottimismo che volò di nuovo via.

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Altre testimonianze simili potete trovarle nel gruppo Facebook NO AL KIRBY!!!

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giovedì 13 settembre 2012

Ultime parole

- Ultime parole -  grafica realizzata il 13 settembre 2012 da Francesco Favia



Cara vita,
ti odio profondamente. Quante volte mi hai illuso, quante volte mi sembrava di avercela fatta ed invece tu con le tue strane circostanze mi hai ributtato al tappeto.
Mi hai piegato lentamente, destro, sinistro, mi hai messo all’angolo ed hai infierito senza pietà.
Sanguinante restavo in piedi e tentavo di reagire, ma tu ti prendevi gioco di me, facendo finta di prenderle per poi ricolpirmi pesantemente.
Quell’altro tuo compare del mondo che con la sora ingiustizia hanno alimentato un fuoco già acceso ed intenso.
E ve la ridevate, pezzi di merda… Tutti e tre sul ring, a prendermi calci. Esanime, giacevo disteso sul mio stesso sangue. L’arbitro non esisteva. Quel cornuto, si è venduto per un pel di fica: si fa fottere da quella troia dell’ingiustizia.
E sempre più forti quei colpi, quelle pedate mi toglievano il respiro e mi annebbiavano la vista.
Ad un certo punto, spinto da un briciolo di orgoglio, rimasuglio della mia anima, riesco ad alzarmi…
Prima che tu ed i tuoi complici mi finiate, salto fuori dal ring, corro nello spogliatoio, mi sfilo i guantoni, apro l’armadietto e impugno la mia cara rivoltella.
Bang!
Vaffanculo… E così sia.

 Francesco Favia

29 gennaio 2008   ore 22:00


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mercoledì 29 agosto 2012

E ricordo un pomeriggio di qualche anno fa' - Tratto dal romanzo "Sotto la luna metropolitana" di Francesco Favia



E ricordo un pomeriggio di qualche anno fa’ . Ero con Ernesto in camera sua. 
Ci trovammo a rovistare tra vecchie fotografie e ci rivedemmo lì, in quelle istantanee.
Magri, piccolini e con la faccia incazzata. 
In alcune foto sorridevamo e facevamo boccacce, in altre notai una naturale incazzatura spavalda. 
Sguardi torvi ed inquietanti. Mi facevo paura riguardandomi. Non era banale rabbia adolescenziale, 
era proprio spavalderia bella e buona. Non avevamo paura di nulla. 
Eravamo forti. La vita con gli anni ha risucchiato quella vitalità, quella sicurezza. Siamo più forti fisicamente,
ma meno resistenti di fiato e di mente. In quegli anni non soffrivi mai, ma se capitava piagnucolavi 
e cercavi conforto. 
Adesso stai sempre male, sei frustrato, ma non lo mai dai a vedere. Già te lo mettono in culo tutti,
se ti dimostri debole sei finito. Io sono finito e mi ritrovo qui e così, perché non ho voluto più giocare.
Ho dato forfait. Mi sono rotto le palle di sopportare tutti e di cercare a tutti i costi di mostrare a tutti che sono una 
persona in gamba e che sono un tipo brillante e vincente. 
Non lo sono. E questo lo abbiamo capito dato che sono dove mi ritrovo. Fanculo. 


Dal romanzo "Sotto la luna metropolitana" di Francesco Favia, 
anno 2003, inedito

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mercoledì 11 aprile 2012

Soggetti a vendetta

Da scugnizzi a scagnozzi pentiti


Peppino, Totuccio e Ninuccio se la facevano lì, tra via Pakistan e via Giamaica, in quel punto del quartiere ribattezzato “L’angolo dei teppisti”. Lì, su quel marciapiede, abbondavano le bottiglie vuote di birra nazionale e i tappi di esse sull’asfalto, cospicui, decoravano quell’area suburbana.
Bazzicavano “La cantina dello zio Tom”, una squallida enoteca, fatiscente copertura della criminalità organizzata. L’enoteca era situata in via Pakistan. La gestiva Giosuè U’ Pakistan, detto così in quanto nato e cresciuto in quella via, dove ogni tanto pioveva, poiché le massaie sui loro balconi mettevano i panni sgocciolanti ad asciugare.
Peppino, Totuccio e Ninuccio era dei grandi scansafatiche. Si arrangiavano spacciando ogni tanto e facendo saltuariamente qualche lavoretto per conto di Giosuè. La maggior parte del tempo, però lo impiegavano a scolar birre da tre quarti, grattandosi le gonfie pance e osservando scorrere la vita nel quartiere.
I tre non avevano nemmeno vent’anni e non avevano nemmeno la licenza media. Nonostante le loro frequentazioni, gli unici precedenti penali erano per aggressione ai professori della scuola media che frequentarono, conseguendo condanne per interruzione di pubblico servizio.
Nel quartiere si pavoneggiano coi ragazzini, vantandosi di rapine e risse allo stadio. Resta il fatto che non sono mai stati beccati per rapina e non si sono mai visti con lividi e lesioni causate da manganellate firmate dall’antisommossa.
Non avevano voglia nemmeno di intraprendere un’ascesa nel mondo malavitoso, ma quasi per inerzia avrebbero finito col diventare degli scagnozzi.
La loro sorte era segnata: sarebbero morti ammazzati per strada o in carcere.
Senza palle com’erano, non ci si stupisce che sarebbero diventati, dopo qualche anno, degli infami di questura.

Passarono vent’anni. Diventarono collaboratori di giustizia e cambiarono identità. E da non crederci, iniziarono anche a lavorare: si misero a fare gli operai in delle ditte del nord Italia.
Non si sposarono mai. Si persero di vista. Anche il quartiere non seppe mai che fine fecero. Girava voce che furono vittime della lupara bianca.
Sembrarono svaniti nel nulla, sembrò che nessuno seppe che fine avessero fatto, ma Il Pakistano sapeva. Aveva sempre sospettato. Da anni si trovava in un carcere di massima sicurezza, dove tuttavia era riuscito a suon di mazzette a portare avanti le sue personalissime indagini. Alla fine i suoi sospetti ebbero molte conferme. Giosuè il Pakistano incominciò a meditare vendetta.

Era un giorno di primavera quando Ninuccio apprese della morte di Totuccio. Lo riconobbe in foto, durante un servizio al telegiornale. Pur mostrando i segni del tempo, il viso non riuscì a lasciare indifferente Ninuccio. Subito gli sembrò famigliare e dopo una decina di minuti ebbe una folgorazione: Totuccio. Era lui. Era certo. Lo trovarono su una panchina con una siringa al braccio.
Iniziò a sudare freddo. Capì che fu scoperto e fu ammazzato. Certo poteva avere commesso qualche altro sgarro verso altra gente, magari slavi o rumeni. Oppure il cambio d’identità e l’esilio lo hanno portato alla depressione e indotto a drogarsi pesantemente. Balle! Sapeva che quelle congetture che iniziò a porsi, erano solo blandi tentativi per cercar di non perdere la testa.
Contattò lo sbirro che seguì sin dall’inizio le operazioni del programma di protezione. Fu tranquillizzato. Quello gli disse di restare calmo, che quello non era il suo amico e che non c’entrava niente con i delitti di mafia.
Un po’ si tranquillizzò e tornò alla vita di tutti i giorni con più serenità.
Tre giorni dopo però, mentre si recava al lavoro in auto, sentì al radiogiornale del ritrovamento sulle rive del fiume di un cadavere.
Non diede molta importanza alla notizia, sul lavoro poi non ci pensò proprio. Sulla strada del ritorno, nel solo accendere l’autoradio, gli tornò in mente quel fatto.
A casa, mentre consumava la sua cena, un panino con la mortadella, ascoltò con molta attenzione il telegiornale. Il corpo di quell’uomo sembrava, dai primi rilievi, che fosse stato trasportato in un secondo momento sul luogo del rinvenimento. L’identità non era stata accertata. Addosso non c’erano documenti ed il corpo si presentava pesantemente martoriato. Sembrava, per gli inquirenti, che fu pestavo da diverse persone con mazze e spranghe e picchiato fin quando non avesse smesso di respirare.
Non si sapeva se quello fosse Peppino, ma Ninuccio iniziò a sentirsi male. Fu preso da un’atroce ansia, da una feroce paranoia e da un’insistente tachicardia.
Pensava che quello era il corpo di Peppino e che lo avessero portato lì, nel comune dove viveva lui, per avvertirgli che adesso sarebbe toccato a lui.
Serrò tutte le finestre e mise dei mobili dietro la porta. La notte non riuscì a chiudere occhio. Il giorno dopo non andò al lavoro.
Dopo un paio di giorni fu telefonato dalla segretaria del suo titolare. Si scusò per non aver avvisato ed inventò una banale scusa per giustificarsi.
Il giorno dopo si recò al lavoro. Era agitatissimo. Non voleva assolutamente morire, ma stava andando incontro al suo destino.
Sovrapensiero non si fermò a uno stop. Un impetuoso suono di clacson lo destò, un bestione su ruote…
Erano le sette e trentadue del mattino quando un autotreno lo travolse.

 Francesco Favia

7 aprile ’08  ore 15:47

ogni riferimento a fatti, luoghi e persone è puramente casuale



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Libreria


C’e chi fa chilometri per arrivare in città, per poi passare tutto il tempo in un megastore di dischi e libri. Ma perché? Ma che posto è? Che strano… in questi oggetti inanimati esposti c’è più vita della gente più che animata che c’è fuori.
Questo posto di cultura non annoia, ma perché? Quelle poltrone di pelle ti invitano a sederti e ad immergerti in uno di quei libri… Forse dovrei comprarmi una di quelle poltrone… Che sia solo un’oasi in questa grigia città? Il tempo qui trascorre più velocemente… E’ già ora. Sbrigati che parte il treno.

Francesco Favia

23 marzo 2005

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venerdì 6 aprile 2012

Week-end di un alienato


Francesco Favia, scrittore blogger
Quel sabato sera era abbastanza giù di morale. Raramente si sono visti sprazzi di allegria sul suo volto, ma quella sera era particolarmente afflitto. Gioacchino fu cresciuto dai suoi genitori a suon di insulti e umiliazioni. Viveva nel rancore e nella rabbia sin da bambino. Poco più di una decina d’anni fa’ andò via di casa. Adesso era un trentacinquenne che viveva solo in uno squallido monolocale di periferia. Per vivere faceva l’operaio; lavorava per una ditta di traslochi. Col suo stipendio a malapena sopravviveva, a stento riusciva a far la spesa e a pagare l’affitto e le bollette. Nonostante queste difficoltà economiche, cercava di non farsi mai mancare una bottiglia di buon whisky e qualche sigaro, sempre utili in quei momenti di maggiore sconforto.
Indifferentemente lavorava, faceva il suo dovere, ma quelle volte in cui il suo datore di lavoro lo trattava come una bestia, difficilmente gli riusciva facile fare l’automa. Tuttavia per non rischiare di andare a dormire sotto qualche ponte, resisteva alle umiliazioni, alle quali era comunque abituato. 
Aveva perennemente sul viso un’espressione schifata, disgustata da questa vita, dalla sua vita.
Ogni tanto si sfogava su un sacco per pugili che aveva appeso al soffitto.
Quel pomeriggio dormì e si rialzò stordito. Cenò con qualche scatoletta. Poi si rimise a letto a guardare la televisione. Non c’era nulla di interessante come ogni sabato sera, come ogni sera.
Allora decise di sfogliare una riviste osé, ma dopo qualche minuto la riposò, annoiato, sul comodino.
In passato qualche volta si andava a fare una birra con qualche collega, ma erano ormai anni che lavorava solamente, diventando apatico ad ogni forma di svago in compagnia di altra gente. Un po’ perché tutti quelli che conosceva avevano messo su famiglia, un po’ perché la voglia di non vedere nessuno dopo il lavoro aveva avuto il sopravvento negli anni.
E adesso se ne restava lì, disteso su un letto eternamente sfatto, a guardare il soffitto e a contare le macchie di umidità. Lì, abulico, immobile. Fermo ad attendere che quel temporaneo viaggio della vita terminasse. Ad attendere la morte come via di fuga, ad attendere il suo destino come un pluriergastolano. 
Ad un tratto, si alzò e andò ad accomodarsi nella zona giorno, poco più in là di dov’era.
Uscì la bottiglia del whisky, prese un bicchiere, appoggiò tutto sul sudicio tavolo e si sedette su una disagevole sedia. Si riempì il primo bicchiere. Lo sorseggiò. Si fermò poi ad osservarlo. Nella stanza il silenzio regnava. Una luce gialla, opaca, provava ad illuminare. Una formica passeggiava sul tavolo, prendendolo per una piazza. Su di essa, Gioacchino, ci versò un po’ di whisky. Continuò imperterrita nel suo percorso, seppur con qualche difficoltà nell’uscire da quel laghetto alcolico. Gioacchino riprese a bere, osservando la formica che si allontanava lemme lemme.
L’uomo si riempì un secondo bicchiere e se lo scolò a sua volta.
Andò in bagno e dopo aver pisciato, mentre si lavava le mani, si guardò nel piccolo specchio pieno di aloni. Mormorò: “Ammazza quanto sei brutto…”
Uscito dal cesso, andò in cerca di un sigaro ed una volta trovato, se lo accese con una lunga boccata. Una folta nebbia avvolse il suo sguardo spento. Se ne stava in piedi e fumava rilassato augurandosi un tumore. Il sigaro che si accese non era un mozzicone, ma poco ci mancava. Iniziò a camminare per la stanza, spargendo cenere. Iniziò ad assalirlo una sensazione di noia ed insoddisfazione. Non sapeva nemmeno lui di cosa avesse bisogno. Non era voglia di scopare. Era da tempo che non nutriva particolari desideri. Ci fu un periodo che si ammazzava di seghe e si fece tutte le mercenarie della zona, ma poi si stufò anche di quei passatempi. Non aveva fame e non aveva sete. E non aveva voglia di vedere e parlare con nessuno. Si stava annoiando, ma non voleva porre rimedio a quello stato d’animo. Lavorare, seppur lo facesse con indifferenza, senza particolari entusiasmi, gli piaceva, perché facendo qualcosa, evitava la noia. Tornava a casa con piacere dopo il lavoro, poiché la stanchezza accumulata, gli procurava una certa soddisfazione e poteva starsene nella sua apatia e nella sua solitudine con gioia, poiché comunque stava facendo qualcosa, ossia, si stava riposando, stava recuperando le forze come una batteria sottocarica.
Nel fine settimana era riposato e quel suo stato di isolamento a cui comunque teneva molto, gli creava tuttavia un lieve fastidio. Proprio come quando un insetto cammina sulla pelle di un uomo che non si accorge che un essere lo sta usando come tappeto rosso. Così era il fastidio che provava in quelle ore libere, solitamente dedicate alla famiglia e agli amici. Gioacchino non aveva né famiglia, né amici. I suoi unici rapporti umani, erano circoscritti ai soli ambiti lavorativi. E gli piacevano quei rapporti fatti di solidarietà, unione e complicità che aveva con i colleghi. Un po’ meno gli piacevano i rapporti col suo titolare, ma spesso non gli dava molto peso; l’importante per lui è che pagasse e che fosse puntuale nel farlo.
Terminò il sigaro, ma prima di spegnerlo per gettarlo, ustionò a morte una formica.
Non sapendo più cosa fare, si gratto le chiappe, spense la luce e si coricò, pur sapendo che per qualche ora ancora non avrebbe chiuso occhio.

Francesco Favia

domenica 6 aprile 2008 ore 16:07

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