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venerdì 9 agosto 2013

Aspetta primavera, Bandini


Colonna sonora del film "Aspetta primavera, Bandini" - appena terminata la visione - tratto dall'omonimo romanzo che lessi anni fa'. La prosa di John Fante non si può confrontare con una trasposizione cinematografica, ma nel film le atmosfere del libro sono state ben ricreate. 
Boa noite.

Lisbona, 8 agosto 2013 ore 23:00

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Francesco Favia
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domenica 28 ottobre 2012

Tratto da PULP

Letture del Cisco





Charles Bukowsky - Pulp - Ed. Feltrinelli

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mercoledì 10 ottobre 2012

Lavori truffa, le prese per i fondelli di certi "selezionatori"


Dal romanzo - Davanti a me -  di Francesco Favia, anno 2005, inedito.


Sotto il cielo grigio che rappresentava benissimo il suo stato d’animo, camminava angosciosamente con gli occhi che cercavano scritte: “cercasi…” Cercava qualsiasi cosa, ma c’era da superare la selezione anche per un posto da commesso.
In quel periodo lasciò il suo numero e il suo curriculum, che raccontava poco o niente, a svariate agenzie e aziende che costantemente gli dicevano che avrebbe avuto una telefona per un colloquio.
Ovviamente non gli arrivò nessuna telefonata, tranne una volta: gli fu comunicato da una segretaria, più giovane di lui, di presentarsi il lunedì mattina, alle otto e trenta, in giacca e cravatta. Un raggio di speranza gli illuminò gli occhi.
Il lunedì mattina si svegliò sereno, fece colazione, si tirò a lucido e speranzoso si recò all’ufficio. Camminava per la strada quasi fiero e si sentiva adulto e un po’ vecchio per via di quell’abbigliamento che dovette indossare e che non amava in particolar modo. Era contento, perché finalmente si sentiva vivo. Aveva qualcosa da fare. Si sentiva parte della società. Oh! Andava a lavoro…per giunta in ufficio e in giacca e cravatta!!
Sembrava troppo bello per essere vero, ed infatti…
In ufficio (anche se in ufficio ci sono degli impiegati e lì non c’era nessun impiegato…) Samuele  trovò altri giovani, forse più disperati di lui e con situazioni peggiori della sua, i quali seduti aspettavano il capoufficio.
Quando arrivò, cominciò a fare il lavaggio del cervello ai nuovi e, a volte chiedeva ai veterani di spiegare certi punti. I veterani non avevano l’entusiasmo che tanto avrebbero dovuto avere, secondo le parole di quel demente con la erre moscia che si presentava come capoufficio.
La perplessità di Samuele si intensificava.
Dopo le varie spiegazioni, ci fu una divisione in gruppi, capitanati ognuno dal ragazzo che da più tempo lavorava lì.
Samuele e il suo gruppo dovevano andare fuori città, in un paesino. Non sapeva ancora cosa gli aspettasse, pensava che avrebbe dovuto far domande alla gente e compilare dei moduli, perché così molto vagamente gli disse il tizio con la erre moscia in un breve colloquio. Durante il viaggio chiese informazioni ai suoi “colleghi” e gli chiese se si trovavano bene a lavorare per questa… azienda.
Sembravano, quasi di proposito, tutti entusiasti, eccetto il ragazzo che lavorava solo da qualche giorno.
Samuele sentiva dentro di sé che non sarebbe stato il suo lavoro, forse per istinto, forse per sesto senso o forse per le spiegazioni vaghe ricevute dai ragazzi nell’auto che lo intossicavano con la cenere e il fumo di sigarette.
Il suo presentimento si concretizzò, quando alle porte del paese chi guidava accostò. Dopo esser scesi tutti dall’auto, i giovani lavoratori aprirono il portabagagli dell’auto dal quale estrassero diversi libri. Praticamente con una serie di parole bisognava convincere la gente ad acquistare i libri - di bassissimo livello d’altronde, che andavano dai libri da colorare ai libri di ricette - , provando addirittura a dire che i soldi andavano in beneficenza ad una associazione… Altro che giovani lavoratori, giovani elemosinatori! Comunque per Samuele era solo il primo giorno (e anche l’ultimo) e doveva solo assistere per vedere come si faceva a raggirare la gente.
Samuele seguì il capogruppo. Bussarono alle porte di varie abitazioni: la maggior parte erano signore anziane che con la pensione a malapena arrivano alla fine del mese e che sostenevano (ed erano sincere, le persone sincere si riconoscono) di aver dato già qualcosa ad altri ragazzi che lo stesso vendevano libri per far del bene. Oppure c’erano casalinghe con mutui da pagare e il resto dei problemi che tante famiglie di mortali hanno (tra cui la famiglia di Samuele).
Beh a quell’ora chi volevano trovarci in casa?
Il capogruppo, dopo diversi tentativi falliti telefonò al suo compare in giro per il paese come loro due.
“Ehi! Vedi che qui sono già passati!”
Samuele, mentre guardava il “lavoratore” al telefono, pensava disgustato:
“Pensa te… non c’è solo un’associazione che va a fregare la gente…ma svariate!”
In più Samuele dovette sorbirsi gli atteggiamenti poco simpatici di superiorità che aveva quel ragazzo. Si sentiva superiore, perché era un capogruppo, ovvero un “manager” come diceva il tizio con la erre moscia: “Si comincia come agenti, per poi col tempo e con l’esperienza diventare manager e guadagnare di più”. Avete capito che tipo di lavaggio del cervello faceva il capoufficio con la erre moscia?
Agente? Manager? Chi ci casca non sa neanche il significato di quelle parole.
In più i “lavoratori” sostenevano che realmente parte del ricavato andava a finire ad un’associazione di disabili, ma il nostro Samuele era come san Tommaso, doveva vedere per credere.
Samuele capiva che avevano bisogno di lavorare, perché anch’egli era sulla stessa barca, ma…lavorare e non elemosinare o fregare la gente!
Samuele quella mattina, andò alla stazione di quel paesino, prese il treno e tornò a casa più afflitto di prima, con l’ottimismo che volò di nuovo via.

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Altre testimonianze simili potete trovarle nel gruppo Facebook NO AL KIRBY!!!

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domenica 2 settembre 2012

Le anime spente cercano una scintilla per prender fuoco


Il sole pallido splendeva in cielo, mentre un vento pungente gli gelava la faccia. Camminava in questo puzzolente mondo, dove le anime spente cercano una scintilla per prender fuoco.

Dal romanzo - Davanti a me - di Francesco Favia, anno 2005, inedito.

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mercoledì 29 agosto 2012

E ricordo un pomeriggio di qualche anno fa' - Tratto dal romanzo "Sotto la luna metropolitana" di Francesco Favia



E ricordo un pomeriggio di qualche anno fa’ . Ero con Ernesto in camera sua. 
Ci trovammo a rovistare tra vecchie fotografie e ci rivedemmo lì, in quelle istantanee.
Magri, piccolini e con la faccia incazzata. 
In alcune foto sorridevamo e facevamo boccacce, in altre notai una naturale incazzatura spavalda. 
Sguardi torvi ed inquietanti. Mi facevo paura riguardandomi. Non era banale rabbia adolescenziale, 
era proprio spavalderia bella e buona. Non avevamo paura di nulla. 
Eravamo forti. La vita con gli anni ha risucchiato quella vitalità, quella sicurezza. Siamo più forti fisicamente,
ma meno resistenti di fiato e di mente. In quegli anni non soffrivi mai, ma se capitava piagnucolavi 
e cercavi conforto. 
Adesso stai sempre male, sei frustrato, ma non lo mai dai a vedere. Già te lo mettono in culo tutti,
se ti dimostri debole sei finito. Io sono finito e mi ritrovo qui e così, perché non ho voluto più giocare.
Ho dato forfait. Mi sono rotto le palle di sopportare tutti e di cercare a tutti i costi di mostrare a tutti che sono una 
persona in gamba e che sono un tipo brillante e vincente. 
Non lo sono. E questo lo abbiamo capito dato che sono dove mi ritrovo. Fanculo. 


Dal romanzo "Sotto la luna metropolitana" di Francesco Favia, 
anno 2003, inedito

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giovedì 23 agosto 2012

Non immaginava un mondo migliore, ma una vita migliore


‎"Non immaginava un mondo migliore, ma una vita migliore
 per sopravvivere in un mondo che migliore non sarà mai."

Dal romanzo - Davanti a me - di Francesco Favia, anno 2005, inedito .


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venerdì 23 dicembre 2011

Bando alle ipocrisie...

...diciamoci la verità

"Come cazzo è possibile che ad un uomo piaccia essere svegliato alle 6.30 da una sveglia, scivolare fuori dal letto, vestirsi, mangiare a forza, cagare, pisciare, lavarsi i denti e pettinarsi, poi combattere contro il traffico per finire in un posto dove essenzialmente fai un sacco di soldi per qualcun altro e ti viene chiesto di essere grato per l'opportunità di farlo?"


"La vita mi faceva semplicemente orrore. Ero terrorizzato da quello che bisognava fare solo per mangiare dormire e mettersi addosso qualche straccio. Così restavo a letto a bere. Quando bevi il mondo è sempre lì fuori che ti aspetta, ma per un pò almeno non ti prende alla gola."

Charles Bukowski, tratto da "Factotum"


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venerdì 16 dicembre 2011

Uomo intelligente

Da Memorie dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij


‎Forse io mi credo un uomo intelligente proprio e solo per questa ragione, che in tutta la vita non m'è mai riuscito di portare a termine nulla

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sabato 10 dicembre 2011

L' odore della nostalgia

tratto da  "Per chi suona la campana"



Questo è l'odore che mi piace. Questo è il trifoglio appena tagliato, la salvia calpestata quando uno cavalca dietro un armento, il fumo della legna e delle foglie che bruciano d'autunno. È l'odore della nostalgia, l'odore del fumo dei mucchi di foglie che bruciano l'autunno nelle strade del Missoula.

Ernest Hemingway 

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giovedì 8 dicembre 2011

Mi vennero in mente due considerazioni: 1 costui è un pazzo; 2 se lo può permettere

Scena tratta dal film del 1997 "Tutti giù per terra" , tratto dal romanzo omonimo di Giuseppe Culicchia. Protagonista, Valerio Mastandrea. Regia, Davide Ferrario.



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martedì 6 dicembre 2011

Storia di un amore sanguinante (abbozzo)

Venerdì 4 novembre 2005, 21.50.18 (data d'inizio stesura)

Francesco Favia, autore
Se ne stava seduto lì, su una sedia. Gomiti sul tavolo, al collo uno strofinaccio. E se ne stava lì, davanti ad un televisore acceso. Un televisore di fronte a lui e alla sua sacra tavola. Se ne stava lì, da solo, ad inzuppare cozze in un bicchiere d’aceto e a farle sparire con disgustosi  rumori labiali. Un telegiornale locale parlava di cronaca nera.
Una coppa di mitili, un bicchiere d’aceto, una damigiana di vino con la quale si sbrodolava e una pistola a tamburo: questi elementi apparecchiavano la tavola sacra, la tavola sacra di Francesco Della Miseria.
Arrogante, schivo, iroso, Francesco Della Miseria era noto come Ciccìll U’matt per la sua terribile violenza che esplodeva spesso nel pieno di una apparente quiete atmosfera; oppure lo chiamavano U’liòn, per quel grande tatuaggio del re della foresta che decorava il suo grosso tricipite sinistro. Aveva, di fatto, un bel fisico muscoloso. Si allenava e tirava di boxe in una palestra in periferia.
Viveva in una città bagnata da un mare ricco di storia, dove i pescatori riempivano le reti di pesce e storia, storia e pesci; ricco di animali con pinne, branchie e lische che fanno gola ai ristoratori ed ai suoi clienti, alle massaie ed ai professionisti ed a tutti quelli che fanno la spesa; e ricco di antichi pezzi che farebbero gola agli archeologi ed ai collezionisti.
Una zona del mondo dove devi camminare per strada con la faccia incazzata, se non vuoi che la gente si incazzi con te. E questo trentenne, appartenente alla famiglia Della Miseria, camminava con la faccia incazzata, di certo, non perché temesse di essere aggredito. Era davvero incazzato. Una rabbia repressa, tramandata dai suoi miserabili avi. E per questo andava in palestra. Per scaricare la sua collera innata su un sacco o su un povero disgraziato. Si sfogava così. Cercava di non farsi ulteriori nemici. Sapeva che nemici, ben mimetizzati tra gli amici, c’erano già di per sé. Non voleva aumentare il numero di questa nicchia per via del suo pessimo carattere. O meglio, per la sua difficoltà a tollerare i comportamenti altrui. Chi più, chi meno, possedeva qualcosa, qualche atteggiamento che lo infastidiva. Non solo chi lo circondava, lo assecondava per timore, per pseudo rispetto, per non aver problemi, ma doveva anche far ben attenzione a come muoversi e come parlare per non far scattare un attacco omicida da parte di quel psicopatico. E Ciccillo un po’ era consapevole dei suoi istinti animaleschi. Era come quei pitt-bull o quei galli che vengono stuzzicati dagli uomini per mesi, per poi far esplodere la loro rabbia sempre più repressa e sempre più aizzata da schifosissime braccia pelose di hijos de puta, in combattimenti con altri loro simili istigati alla violenza. La vita lo aveva così stuzzicato che aveva sempre voglia di menar le mani. Ed era un portento. L’allenatore della palestra che frequentava gli aveva sempre chiesto di partecipare a degli incontri ufficiali. Begnamino Losurdo, l’allenatore, credeva che sarebbe potuto arrivare a combattere per il titolo nazionale, se non addirittura continentale, della categoria dei pesi medi. Francesco Della Miseria gli rispondeva sempre che aveva troppo da fare per prepararsi seriamente per degli incontri e che non poteva allontanarsi dalla città, perché doveva essere sempre presente, presente per controllare e gestire i suoi affari illeciti. Illeciti non lo diceva, lo sottintendeva.    


Francesco Della Miseria ricorda ancora quando con suo padre, nel periodo del fermo biologico, andava su un porticciolo, una insenatura fuori città, nella quale ondeggiavano onde, gabbiani e paranze di una cooperativa di pescatori, a pescare salipci. Li vendevano ad un negozio di articoli da pesca, nel quale venivano rivenduti come esche. Erano piccoli esseri natanti, pesciolini che si nutrivano anche di carne morta. Per pescarli i due, padre e figlio, legavano al centro di grossi retini da pesca, dei pesci morti, pesci più grossi di questi salipci . E quest’esca funzionava. Dunque non erano che piccoli sciacalli marini, paragonabili ai vermi e ai microrganismi che nel sottosuolo divorano la nostra carne morta, esseri che decompongono per vivere. Il destino per questi animali era segnato per gran parte di loro, per gran parte degli abitanti di quelle acque. Quando i retini venivano tirati su con una cordicella, tra le variopinte alghe che colmavano quelle reti, ci si trovava granchi, granchietti, vermi lunghi, corti, sottili o spessi, colorati di un verde brillante, pronti a mimetizzarsi con la flora marina, o scuri come scarafaggi acquatici, comunque qualsiasi specie di essere viscido, strisciante sul ventre o su delle miserabili zampette.
All’epoca Ciccìll era poco più di un ragazzo, aveva la barba lunga, ma non era Hemingway. Non pescava pescespada lunghi tre metri come quel grande personaggio della letteratura del Novecento. Non si faceva fotografare con la sua preda, non mostrava la fierezza che aveva quel premio Nobel di essere quello che era. Egli pescava prede di pochi centimetri. Non pescava per divertimento. Pescava per non fare la fame, per non fare la fame nel periodo del fermo biologico, perché lo Stato non avrebbe risarcito gli umili pescatori nel giro di un mese o poco più. Lo Stato se la prendeva comoda, perché lo Stato è lo Stato.
Ciccìll pescava. Pescava sereno dopotutto. Contento di stare a fianco a suo padre. Contento della felicità di suo padre per averlo vicino. Contento della loro umiltà, fiero della loro umiltà. Fiero della loro umiltà. Fiero di non essere in quel lido adiacente al porticciolo, dove si scorgeva qualche ombrellone. Fiero di fare un mestiere da vero uomo. Un vero uomo come quelle delle storie da marinai, delle leggende sul mare, storie e leggende in cui si narra di uomini veri che hanno avvistato sirene e mostri marini o di vecchi che lottano contro la natura, ma dove la natura ha la meglio come  su quel povero pescatore cubano che catturò un grosso marlin e cercò di salvare la sua preda dall'assalto dei pescecani; leggenda tramandata da nonno a nipote, da padre in figlio, da fratello a fratello, da amico ad a amico in quel di Cuba e che un certo scrittore la pennellò con la sua macchina da scrivere, realizzando la miglior storia che abbia mai potuto realizzare, beccandosi un premio che sarebbe dovuto andare simbolicamente ad uno di quegli umili pescatori cubani, che s’ammazzano di fatica sotto il sole e per via di quell’Astro, vitale per il nostro pianeta, dimostrano vent’anni in più della loro reale età e che sono analfabeti e non potrebbero nemmeno sognarsi di vincere quel premio.


Suo padre, stanco della povertà che avvolgeva lui e chi lo aveva preceduto, iniziò a farsi qualche soldo in più trasportando sulle imbarcazioni su cui si guadagnava il pane, merce per conto di certa brava gente. Lentamente diventò anch’egli una brava persona rispettabile e si comprò un peschereccio, poi due, cinque, sei ed adesso tutti i pescatori lavoravano per questo grande armatore.
La famiglia Della Miseria deteneva un ricco traffico marittimo di armi e droga e comandava la città con altre brave famiglie.
Ciccìll U’ Liòn era il più pericoloso esponente di quella malavita locale che commerciava, se così vogliamo dire, con mezzo mondo. Con sé aveva sempre uno sguardo perennemente torvo, un revolver e una croce d’oro appesa ad una spessa catena d’oro portata al collo. Non credeva a nessuno e a niente, tanto meno a Dio ed i preti gli stavano sulle palle. Portava al collo quella croce perché era un caro ricordo, gliela regalò sua madre, scomparsa dopo una grave malattia. Forse anche la perdita della madre poteva essere sintomo di quella sua rabbia. Resta il fatto che comunque chiamare quell’uomo malvagio sarebbe stato un complimento.
Odiava la gente. Delle donne amava solo il fisico, ovviamente se erano ben messe. Odiava la gente, però non si può dire che si divertisse ad ammazzare, tuttavia far fuori qualcuno non gli faceva né caldo, né freddo; e questo non è roba da poco.


Sapeva che era alla sua corte per i suoi soldi, come sapeva che i suoi scagnozzi erano ai suoi ordini per il suo potere.
Samantah era una delle donne di Francesco Della Miseria. Questa prosperosa ventenne mediterranea, sapeva ben recitare la parte dell’innamorata. Lei, in fondo era la classica tipa che s’innamora di chiunque la trattasse male, ma, forse, le piaceva essere la donna di uno potente, di uno di cui bisogna avere timore e  comunque l’amore con lei non aveva mai avuto niente a che fare.
“Chi è al telefono? Con chi stai parlando?”
“Stai zitta!” rispose innervosito Ciccìll a Samantah. “Si, sto arrivando.”
“Dove vai?” interrogava quella venere ammantata dal solo lenzuolo.
“Da una.” Rispose il guappo mentre si alzava dal letto. La tipa iniziò ad urlare, a mettere in atto la solita sceneggiata di gelosia. Non scenata di gelosia, ma una vera e propria sceneggiata. Non era gelosia d’amore, era gelosia possessiva, egoistica: solo lei doveva essere la donna del boss.
E lui si rivestì noncurante delle grida.


Giù, ad aspettarlo c’era un suo compare. Non doveva andare da nessuna donna. Aveva un lavoretto da fare.
Su una bella cabriolet sfrecciava su una strada secondaria, tra gli uliveti, tra i raggi del sole filtrati dai rami. Si respirava una magnifica aria primaverile.
“Pinucc’ passami le sigarette.”
E Pinuccio al suo fianco gli passò il pacchetto e spinse il pulsante dell’accendisigari. Quando fu caldo, lo estrasse e accese la sigaretta che il suo capo stava facendo penzolare tra le labbra.
“Questo scimunito si è permesso di dire…”
“Si…” e Pinuccio lo assecondava.
Dopo quasi un’ora arrivarono in un casolare in piena campagna.
Su un masso c’era un tizio seduto. Il tizio che parlava a sproposito. Di fianco a lui, due brutti ceffi lo tenevano d’occhio, o meglio, lo guardavano storto. Non c’era bisogno di controllarlo, non sarebbe mai scappato, perché altrimenti si sarebbe trovato una pallottola nella schiena.
Senza dir nulla, U’ liòn gli si avvicinò e lo colpì violentemente con uno sganassone.
“Guaglio’ tu parli assai, lo sai? O no?” Disse U’ Liòn e quello zitto. Zitto, fermo, immobile. Un mutismo e un’ immobilità che accompagnavano quel suo sguardo terrorizzato.
Aveva fatto uno sgarro, l’avrebbe pagato. Pagato caro. 
Ciccìll lo prese per i capelli e lo trascinò di forza qualche metro più in là, vicino alla merda di una mucca o di un cavallo.
Ciccìll gli mise la canna della sua pistola in bocca e quello iniziò a piagnucolare. Ciccìll pensò poi di rompergli i denti col calcio della pistola, ma poi cambiò di nuovo idea, tornando all’idea grottesca della merda. Di forza gli ficcò la testa in quella merda fresca gridando: “MANGIA, MANGIAMERDA, MANGIA!”
“Che puzza… guagliò, andiamocene.” Disse Ciccìll ai suoi ragazzi. E sgommarono tra la polvere, lui e Pinuccio sulla cabriolet e gli altri due su un piccolo fuoristrada.
A quel tizio gli andò di lusso. Quell’uomo commise uno sgarro e lì, in certi contesti, si muore per molto poco. Dopo quella abbuffata, avrà sicuramente imparato la lezione e comunque avrebbe avuto modo di digerire, visto che avrebbe dovuto camminare un bel po’ prima di raggiungere un centro abitato.   

Quell’uomo era davvero un pazzo. Non scherzo. Era da rinchiudere.
Una sera d’estate con la sua cricca era andato in un grand hotel, dove si cenava e si ballava su quel suo grande terrazzo. Tutti lo conoscevano e lo rispettavano per rispetto o per timore. Dal personale dell’ hotel, a tutta la gente che era lì per divertirsi.
Con Ciccìll, oltre ai suoi compagni di malavita, c’era la sua donna, o almeno quella che si credeva la sua donna. Ciccìll quella sera era sereno. Voleva rilassarsi, non pensare a niente. Ed era anche abbastanza cordiale, affabile. Bastò un gesto per cambiare il suo umore di colpo. Un’azione incosciente. Non l’avesse mai fatto. Se si fosse stata ferma, avrebbe avuto ancora il suo bel nasino intatto. Ma quella stronza di Samantah con la sua stupida gelosia e la sua mania di protagonismo si diede la zappa sui piedi. Sulla terrazza, nella zona dove si ballava, c’erano dei tavolini. La gente dopo aver cenato, si spostava in quell’area. U’ Liòn e i suoi amici con le loro donne, si erano adunati attorno a tre tavolini che avevano unito. C’era molta gente lì, e le sedie ed i tavoli non bastavano. Non erano in tanti a ballare; erano molti di più quelli che rimanevano seduti col drink tra le dita a godersi un po’ d’aria fresca. Vicino a Ciccìll c’era una sedia vuota. Una ragazza gli aveva chiesto cortesemente se la poteva prendere. E Ciccìll, per cortesia e non per galanteria, le aveva sorriso e le aveva detto semplicemente “si”. Quell’altra pazza isterica di Samantah partì con uno schiaffo all’indirizzo della faccia di Ciccìll. A parte il fatto che quel gesto spazzava via il rispetto che nutrivano i suoi uomini e tutta la gente che era lì, a Ciccìll partiva letteralmente il lume della ragione (se sempre ne possedesse uno) se lo si toccava. U’Liòn sferrò un pugno in pieno viso a quella disgraziata. La musica pompava, esplodeva, e continuava nel suo turbinio, mentre tutti si erano pietrificati. E quella strillava, sbraitava, agitava le braccia, tremava tutta, mentre da quella maschera di sangue, lentamente gocce rosse s’insinuavano nel decolté.
“Vaffanculo, brutta troia” disse sommessamente il pazzo “Mi hai rovinato la serata.” E se ne andò, solo. Andò via, forse in bagno, forse al bancone per un whisky, comunque se ne andò, incazzato. Incazzato e fiero in un certo senso, con un alone di dignità che lo seguiva. Non stava scappando, non andava via con la coda fra le gambe. Stava andando via per calmarsi. Si doveva calmare e non perché doveva dare conto alla gente, lui non doveva dare conto a nessuno. Andava via per calmarsi, bere qualcosa, un po’ come contare fino a dieci prima di agire, ciò che avrebbe dovuto fare poco prima. Andava via per calmarsi, perché quelle grida isteriche soffocate dalla musica snervante e gli sguardi insopportabili di quella gente, insopportabilmente ipocrita, in giacchetta e abiti da sera lo facevano diventare ancora più pazzo. Andava via per calmarsi, perché altrimenti avrebbe fatto un buco in testa a qualcuno.

Qualche sera dopo, Ciccìll, uscito da un bar, era diretto verso la sua macchina. Aveva bevuto una birra e ascoltato le solite cazzate da bar. Si avviava tranquillo. Era a pochi metri dalla sua auto quando udì il suo nome. Urlarono ad una maniera a dir poco cafona e alquanto minacciosa “CICCìLL!!!!”.


<<<<<<<<<<<<<<<< parte mancante >>>>>>>>>>>>>>>>>>>


Era al bancone del Caffè Marittimo. Tra le dita il mozzicone di un toscano, mentre i polpastrelli della stessa mano reggevano un whisky. Erano le sei e tre quarti del mattino. Un tiepido mattino di maggio. Era in giro da qualche ora. Era stato ad un centinaio di chilometri più a sud, sempre su quella costa. Era stato a dirigere le operazioni di sbarco di un drappello di clandestini.
Poggiò il bicchiere vuoto su una banconota da dieci euro, comprendente la mancia. Salutò il barista e lasciò dietro di sé, sul bancone, banconota e bicchiere. Una volta fuori, si avviò verso la sua cabriolet, disinvolto nel suo gessato. Portava il colletto e altri due bottoni sbottonati. Peli neri al vento e collana e crocifisso ostentati con indifferenza. Occhiali scuri, mozzicone di sigaro ad un angolo della bocca, capelli ingommati da gel e barba di tre, quattro giorni. Aprì la portiera, si mise comodo e con un radiogiornale in sottofondo costeggiò il lungomare. Gli piaceva farsi accarezzare dalla brezza marina del mattino primaverile. I gabbiani starnazzavano e rasentavano l’acqua. Il sole timidamente si innalzava. Il cielo limpidamente azzurro, lo accoglieva con calma. E con calma Della Miseria cavalcava l’asfalto a bordo del suo giocattolino. Con assoluta pace interiore si godeva quell’aria e si dirigeva verso il molo.
I suoi pescherecci non c’erano. Avevano mollato gli ormeggi qualche ora prima. La giornata del pescatore inizia presto. Qualche peschereccio era attraccato. Erano alcuni di quelli più grandi. Questi navigano per settimane, dunque questi qui ormeggiati, o meglio chi ci lavora sopra, o erano a riposo o si stavano preparando per salpare a giorni. E si poteva vedere qualche lupo di pare cucire una rete o dare una mano di pittura.
Ciccillo si fermò vicino una di queste imbarcazioni. Scese dall’auto e gridò con voce profonda, un po’ rauca: “Ahuèèè!”
“Uè Ciccìll!” rispose uno di quei lavoratori. Un tipo tracagnotto, coi capelli arruffati e la faccia da maniaco. Era a petto nudo, tutto abbronzato, e stava lavorando sodo; risaltavano i muscoli delle braccia e si contraevano e allungavano, lasciando in secondo piano quella sgradevole pancia. Con un balzo felino Ciccìll passò dalla banchina all’imbarcazione.
“Come andiamo stamattina, caro Pasquale.”
“E come dobbiamo andare…” rispose quel pescatore. “Ora vieni da là?”
“Si.” Disse Ciccillo.  
“Com’è andata?”
“Tutto a posto.” Rispose Ciccillo. Poi prese a cercarsi addosso qualcosa. La trovò. Era una scatola di fiammiferi. Se ne accese uno. Avvicinò la fiamma al mozzicone, coprendola con la sua manona pelosa. Aspirò e fece un sacco di fumo e tanta puzza tipica del sigaro. Pasquale continuava a lavorare incessantemente. 

Francesco Favia

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