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sabato 3 novembre 2012

Dati ISTAT, disoccupazione record. In crescita l’occupazione femminile.

Il mondo deve sapere che nel progredito occidente c'è tanta gente che non sa come fare per sbarcare il lunario.



Condivido appieno questo pensiero di Beppe V.

"....la vera crisi in questo momento e' per chi non ha un lavoro...chi e' precario ..per chi lavora in un call center a 500 EURO al mese...per i pensionati a 600 euro al mese...per chi nn possiede nulla....per chi 'arabatta' quotidianamente....il resto del Paese cmq sta bene...e mi fa rabbia veder loro lamentarsi...e sentir loro comprare Iphone..Ipad per i loro figli....siate piu' veri..e ringraziate quello che avete....c'e' chi sta peggio..ma veramente peggio di voi...e soffre in silenzio...dignitosamente...grazie...."

- Beppe –

Beppe è uno dei tanti. Io anche. Il mondo deve sapere che nel progredito occidente c'è tanta gente che non sa come fare per sbarcare il lunario.
Recentemente al telegiornale hanno parlato di dati ISTAT sulla disoccupazione in Italia.  Sembra  tocchino punte dell’11% nell’intero Paese. Mai peggio di così negli ultimi 20 anni. Quello che mi sta rimbombando in testa da mesi è “chi te lo deve dare un lavoro con quel che costa fiscalmente, oltre alla paga di per sé”
Il colmo è che rispetto al passato non riesco nemmeno a trovare qualche lavoretto in nero. Le porte sembrano tutte chiuse per il sottoscritto, neanche fossi un ex galeotto.
I disoccupati tra i 15 e i 24 anni, sempre secondo l’ISTAT, superano il 35%. Impressionante. Roba da repubblica sudamericana.
Altro aspetto che questa volta non mi stupisce, ma ci tengo a evidenziarlo, è che l’occupazione femminile è in crescita, mentre gli uomini fanno sempre più fatica a trovare lavoro.
Come detto, non mi stupisce. Continuo quotidianamente a trovare inserzioni rivolte alle sole donne, come già scritto in un altro post. L’apoteosi sono i bar. Cercano personale anche senza esperienza e specificano anche senza mezzi termini che vogliono solo belle figliole.
Uno dei primi lavori che provai a trovare dopo la scuola fu anche come “ragazzo del bar”, ma a 19-20 mi dicevano che ero troppo grande. Ora prendono anche le trentenni russe, senza esperienza e che a malapena parlano la nostra lingua.
E’  una guerra fra poveri là fuori. Sono sempre più nervoso è frustrato e ormai tendo continuamente a polemizzare. Non mi resta che scrivere, nonostante mi sembri di parlare al vento.

Francesco Favia

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Cosa fareste per contrastare la crisi economica?

Crisi economica, se ne parla continuamente, ma nessuno prova a tamponare questa emorragia

La mattanza della crisi, mentre i politici se la spassano con i soldi pubblici

Crisi economica

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domenica 28 ottobre 2012

Crisi economica


dea, testo, grafica di Francesco Favia 

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giovedì 26 aprile 2012

Cosa fareste per contrastare la crisi economica?

L’Italia fuori dall’Euro e dall’Europa potrebbe essere una soluzione? Sei il Popolo fosse al Governo, cosa farebbe? Dite la vostra, proponete le vostre idee nello spazio riservato ai commenti.

Con la moneta unica si è seriamente compromessa l'economia europea e sopratutto dei Paesi del Mediterraneo. E' mancata la regolamentazione. Non si può creare una moneta unica per sistemi organizzativi ed economici profondamente diversi.
In Italia, il governo Monti è stato il colpo di grazia. Con tasse aumentate, molte create ad hoc e aumenti di carburante, elettricità, gas, le multinazionali spostano la produzione all'estero e le piccole imprese chiudono. I suicidi di piccoli imprenditori e lavoratori ne sono una chiara drammatica testimonianza.
Ho parlato svariate volte della crisi e di tutte le conseguenze che comporta. Una mancanza di stabilità economica, che spesso sfascia le famiglie e lascia la gente sola, abbandonata fino all’estremo gesto.
Negli ultimi post ho ribadito che qui non c’è futuro e l’unica soluzione sembra solo quella di emigrare all’estero, come si è spesso fatto nel secolo scorso per contrastare la mancanza di opportunità, che portava irrimediabilmente alla fame.
Ma se invece di andare via da questa assurda situazione, si potessero cambiare le cose, voi cosa fareste?
Vorreste un Paese anacronisticamente autarchico?
Desiderereste un Paese fuori dall’Europa, dalla globalizzazione economica mondiale e soprattutto dalla moneta unica europea?
Cosa ne pensate? NonSoloCronache vi pone questa domanda, dite la vostra nello spazio riservato ai commenti, qui in basso.

Francesco Favia


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giovedì 19 aprile 2012

Crisi economica, se ne parla continuamente, ma nessuno prova a tamponare questa emorragia

La crisi, le parole, i fatti, le vane speranze, un blogger.


In Italia le cose non cambieranno mai, da Mani Pulite cos'è cambiato? C'è sempre corruzione e abuso di potere.
L’antipolitica avanza, è una suggestiva ipotesi che si fa sempre più concreta. L’antipolitica esclama una domanda retorica: “ancora dietro ai politici andate?”
Qui c'è da scappare, ci sono da fare le valigie e lasciare questa repubblica sudamericana che si trova in Europa solo per sbaglio.
Se avessi un po' di soldi da parte avrei provato ad andare all'estero. Qui non c'è proprio futuro.
Siamo tutti precari, tutti sottopagati e col tempo si fa sempre più accesa la guerra fra generazioni. Qui è uno schifo, e non è solo una questione di crisi, ma è proprio che qui manca l'organizzazione e la cultura presenti in molti Paesi europei e d'oltreoceano.
Ridondanti discorsi sovvengono nella mia testa, che le mie mani riportano su questa povera tastiera, pestata dalla mia frustrazione.
Un po’ tutti i media sono monotematici negli ultimi tempi. Si parla del governo Monti, di tasse, di lavoro che manca, di riforme che non arrivano. Si pronuncia continuamente la parola crisi. L’avrò sentita ripetere milioni di volte da quando mi sono diplomato. Migliaia i tentativi di cercare un lavoro stabile, di cercare un’irraggiungibile serenità. Centinaia le porte sbattute in faccia e le aziende che mi hanno usato e gettato. Ti ritrovi anche tu nelle mie parole… E’ capitato anche a te, lo so.
Continuiamo a parlarne, magari un giorno disperato di speranza, in Italia accadranno i fatti.

Francesco Favia

19 aprile 2012 ore 16:53






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martedì 3 gennaio 2012

Cronaca di una mattinata al Centro per I'Impiego ai tempi della Grande Crisi

Impressioni di Francesco Favia, glorioso blogger precario e morto di fame

Francesco Favia, blogger
Bari, otto e trenta del mattino. Arrivo al Centro per l’Impiego o, per meglio dire, Ufficio Collocamento. Già da lontano scorgo una fila lunghissima. Quel posto mi è abbastanza familiare, ma in tutti questi anni non avevo mai visto una coda di tal portata. Sono tutti in attesa che aprano l’ingresso, un fiume di gente occupa svariate decine di metri di marciapiede, fino ad occupare, alla sua fine, parte della strada.
Mi accodo anch’io. Sembrava di essere dei deportati. Nell’attesa, occhi smarriti osservavano flashback figuranti le code alla mensa dei poveri viste nei film o nei servizi del telegiornale.
Mi sentivo impotente. Ancor più pezzente delle volte precedenti, poiché ormai consapevole di non essere più un ragazzino di belle speranze.
Alle nove aprono il portone. Con calma e ordinatamente si avvia il corteo. Si prende il numero e si attende. Una lunghissima ed estenuante attesa. Una calma attesa. Gente rassegnata, non avente nemmeno più la forza di prevaricare l’altro. Siamo tutti sulla stessa barca.
Tanta gente apparentemente borghese. Il ceto medio svanito. I nuovi poveri.
Rispetto al passato ho avuto anche l’impressione che l’età degli utenti fosse più elevata. Molta gente di mezza età, tra i quaranta e i cinquant’anni. Meno giovani rispetto una volta.
Qualche trentenne. Non mi sono sfuggiti, anche qui, griffe e smartphone. Francamente anch’io non so come tiro avanti, ma la comodità di un telefono del genere me la sono concessa, anche se paradossalmente l’ho preso proprio per ammortizzare i costi, in abbonamento per compensare i furti delle tariffe e delle mendaci promozioni delle ricaricabili.
Riesco a trovare un sedia libera. Seppur sudicia mi ci accomodo. Infreddolito aspetto.
Ad un certo punto incontro un conoscente, un ragazzo col quale  lavorai tempo fa’ in uno dei tanti lavori interinali. Dopo due anni di chiamate saltuarie dall’agenzia, mi racconta che non l’hanno più contattato. Adesso, da un po’, lavora in nero, guida un furgone.
Parliamo un po’ e si evince che siamo tutti inguaiati. Alla fine si resta senza parole. Ogni tanto gli sguardi si incrociano anche quando mi allontano, perché si avvicina il mio turno. Ecco il mio numero, non manca molto alle undici. Sono passate due ore e mezza da quando mi sono messo in coda per strada.
Chiedo allo sportellista e ricevo lo stato occupazionale. Sportellista, impiegato. Non so come preferite chiamarlo, ma non mi sembra diverso da un operatore di call center inbound, che spulcia dati sul terminale e fornisce servizi e informazioni. Peccato che all’occhio del mondo, queste categorie di lavoratori siano diverse.
Per la cronaca, il mio stato occupazionale risulta “precario con attività lavorativa che non sospende lo stato di disoccupazione”, ovviamente perché  il mio reddito è irrisorio. Risulto disoccupato da venticinque mesi, lo devo considerare un lato positivo?
Concludo con una domanda. Tra inoccupati, precari, cassaintegrati, per non parlare di chi percepisce una misera pensione e i sottopagati, mi chiedo quanti siamo nella merda al giorno d’oggi?
Ma la Grande Depressione o il Dopoguerra sono stati periodi più difficili? E le domande poste sono due, ma ho terminato. E che la fortuna ci assista.

Francesco Favia

3 gennaio 2012

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mercoledì 11 marzo 2009

E' un Paese l'Italia, che ci ha rotto i coglioni

Nel collasso economico, tangenti e magagne sembrano non soffrire della crisi.

La crisi è mondiale come l’effetto trash dei reality, ma in Italia magagne e furberie sono più accentuate. Le aziende chiudono o tagliano il personale, da Ponente al Levante. Negli Stati Uniti la disoccupazione ha superato l’8% e gli americani senza lavoro sono più di dodici milioni. Persino il Giappone, dall’altra parte del mondo, soffrendo di questa crisi globale, sta lasciando molta gente per strada.
L’Italia arranca, è lì lì per cadere nel baratro, ma mentre il premier Berlusconi inneggia ad un ottimismo fuori luogo, manco fosse Tonino Guerra, il Paese cerca di non arrendersi e di tirare avanti.
Dall’angosciante puntata di “Presa Diretta”, andata in onda il 15 febbraio scorso, ma che ho scoperto qualche giorno fa’ su Youtube (vi invito a vederla), si può scorgere un’Italia distrutta.
La puntata intitolata “Senza lavoro” ci conduce in un viaggio da nord a sud, nei vari settori industriali italiani, che sentendo fortemente questa crisi, stanno lasciando intere famiglia nella merda più totale.
Dalla Murgia pugliese, centro del mondo del salottificio, all’indotto metalmeccanico che in questo circolo vizioso, risente della crisi del settore automobilistico, passando dalla ricca Emilia, fino a quel che era considerato l’Eden d’Italia, ovvero il nordest, dove fabbriche storiche, stanno chiudendo i battenti o a malapena si reggono in piedi.
Ciò che lascia perplessi è come gli imprenditori del nord, lavoratori da sempre, artigiani da generazioni, lavorano ogni giorno affianco ai pochi operai rimasti, mentre al sud si va avanti con la magagna all’italiana: gli operai vengono messi in cassa integrazione, ma vengono richiamati a lavorare in nero e ovviamente, tra mutui, affitti e spese varie, il lavoratore non può che accettare per arrotondare la cassa integrazione.
La fabbrica, una vera e propria salvezza, per effetto di questa tremenda crisi ha rigettato tanta gente del sud nel limbo dell’incertezza e ad accettare paghe da terzo mondo, andando a lavorare tutto il giorno in campagna, in supermercati, o a cucire nove, dieci ore di fila in fatiscenti scantinati.
Una realtà che conosco, ahimè, molto bene: vuoi lavorare? Ti offro questo, se non ti va bene, quella è la porta.
Gli ispettori del lavoro? Corrotti. Nel reportage che vi ho citato prima, portato avanti da Domenico Iannacone, mostra tramite le telecamere nascoste dalla Guardia di Finanza, gente che dovrebbe curare gli interessi dei lavoratori, prendere sostanziose mazzette. Guardare per credere.
Vivi al sud, lavori in nero da anni, vivi soprusi? Fai una causa di lavoro, passeranno solo una decina d’anni e non avrai concluso un cazzo! Ebbene si, il tribunale di Bari è sommerso da centinaia di migliaia di cause di lavoro, una mole enorme e chi ha sfruttato è tutelato dalla lenta burocrazia italiana.
Mi ha colpito poi molto uno sfogo di un neolaureato. Ho trovato questa sua denuncia sul web. Questo è il link
http://www.livesicilia.it/2009/03/09/io-laureato-invisibile/
Descrive come in Italia sia ben differente la teoria e la pratica. Proprio come quella barzelletta nella quale si parla di quelle due signore, madre e figlia, che rispondendo ad un sondaggio, sarebbero disposte per cinquecento milioni, facciamo cinquecentomila euro, aggiorniamola al presente, insomma per cinquecentomila euro, sarebbero disposte ad andare a letto con un vecchio, brutto, puzzolente, sdentato e zoppo. Morale: in teoria la famiglia si arricchirebbe incassando un milione di euro, in pratica, in famiglia, ci sono due mignotte.
E quel neolaureato, in teoria è abilitato, anche per via di un decreto legge, a lavorare in uno studio dentistico, in qualità di igienista dentale. In pratica gli odontoiatri non sanno che farsene, perché preferiscono, nonostante la legge lo vieti, a far fare l’igiene dentale dall’assistente/segretaria, o al massimo lo fanno loro stessi per non sobbarcarsi la spesa della retribuzione di un dipendente.
Questo è l’esempio pratico di uno dei tanti corsi di laurea inutili che sono sorti negli ultimi anni.
In questo caso, tra l’altro, uno studente, inesperto della vita, viene tratto d’inganno dal settore professionale di tale laurea. Essendo una laurea specifica, in un ramo paramedico come possono essere le lauree in Radiologia o Scienze Infermieristiche, le quali effettivamente offrono reali sbocchi lavorativi, uno studente che ha scelto questo percorso di studi, è convinto di aver fatto un’ottima, giudiziosa e ben ponderata scelta. Effettivamente è ignaro del fatto che un dentista nel suo studio ha bisogno giusto di una segretaria che le gestisca gli appuntamenti, la quale già che c’è, per guadagnarsi quei due soldi che le vengono offerti, deve assisterlo durante il suo lavoro.
Questa è l’Italia. Patria del “paraculismo”. Da chi fa le leggi, a chi dovrebbe rispettarle o farle rispettare, sono tutti una massa di paraculi.
Corruzione, nepotismo, furberie. Ha ragione Masini: è un Paese l’Italia, che ci ha rotto i coglioni.

Francesco Favia



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venerdì 6 marzo 2009

Reportage sulla crisi del lavoro

Da New York a Bari. Da Massimo Gaggi a Francesco Favia.

New York, capitale del mondo, non poteva che essere lo specchio della società, la quale, come ben si sa, sta vivendo una forte crisi economica. Le “job fair”, fiere delle opportunità lavorative, o come scrive Massimo Gaggi su Corriere.it, fiere del bisogno, sono prese da assalto da migliaia di aspiranti lavoratori.
In una di queste, organizzata da Monster.com a New York, si sono contati almeno cinquemila candidati per un posto di lavoro. Tutti in fila presso gli stand della varie aziende. E non crediate che questa gente in cerca di lavoro sia tutta giovane, magari neolaureata, e di belle speranze.
Speranze ci sono, belle non si sa, ma non manca la sicurezza di riuscire a rialzarsi. Infatti, molta di questa gente è nel bel mezzo della vita. Per questa forte crisi, molte aziende si sono viste costrette a tagliare il personale, lasciando senza lavoro tanti lavoratori. Tra questi non si fa fatica a trovare anche dei cinquantenni, se non addirittura dei sessantenni che dichiarano di non riuscire restare a casa a godersi la pensione.
Tra le varie testimonianze riportate nel reportage di Gaggi,
http://www.corriere.it/economia/09_marzo_06/gaggi_manager_banchieri, troviamo manager soddisfatti di quel che hanno realizzato finora, ma con l’umiltà di ricominciare da lavori meno appaganti pur di non essere estromessi dalla società. O chi un lavoro ce l’ha, ma cerca qualcosa di più gratificante, come quel vigilante che si propone come commesso, pur non sapendosi vedere dietro un bancone.
Bravissimo Massimo Gaggi nel far notare l’amaro contrasto tra la circostanza e il luogo che la ospita. Migliaia di gente che cerca di avere o di riavere un’opportunità di lavoro per sopravvivere per lo meno in una giungla metropolitana come New York e questa ricerca avviene nel lusso di un hotel a cinque stelle.
I candidati, comunque, aggrappati ad un sano ottimismo, si rendono flessibili, accettando le opportunità più disparate, adeguandosi a questa strana realtà contemporanea.

Bari - L’articolo di Massimo Gaggi su Corriere.it è un triste spaccato della difficile situazione che il mondo sta vivendo. Sembra che tutto il globo, persino la leggendaria New York si sia trasformata in una città del sud Italia. E parlo da meridionale, tranquilli, non sentitevi offesi. Gente che perde il lavoro a trenta, quarant’anni nel merdione o per lo meno a Bari, la mia città, non è difficile da trovare. Spesso, molta di questa gente, ha svolto per molti anni mansioni da operaio generico o magari proprio come vigilante come quel ragazzo newyorkese o persino ruoli di commesso e seppur avendo maturato una certa esperienza, non riesce ad essere competitiva nel mercato del lavoro, poiché le aziende prediligono i ventenni. Potete leggere a tal proposito
Ventenni rubano posti di lavoro. E fra qualche anno anche loro saranno depredati.
Ho girato e giro ancora tra ufficio collocamento e agenzie del lavoro e non lo faccio per svolgere un’inchiesta giornalistica, ma semplicemente perché anche il sottoscritto fa parte della lunga lista di disoccupati che vedono trascorrere i propri giorni, vedendo la strada, i cartoni e la mensa dei poveri sempre più vicini.
La situazione descritta comprende molta gente e non è molto dissimile dalla mia. Anch’io ho fatto tutto e niente. Tanti lavori generici, tanto sudore per niente. Ho sgobbato in supermercati, ho scaricato camion e ho fatto anche la security.
Se avessi avuto anni fa’ la maturità che sento di avere adesso, non avrei tentato di prendere una laurea, non avrei mai provato a sognare di fare il giornalista, non avrei provato a fare qualsiasi lavoro "basta che paghino". Va be’, il fatto che paghino è un altro discorso. Il 90% delle volte è stata una guerra per avere ciò che mi spettava e mi è capitato anche di non essere pagato, rimettendoci per di più, oltre a sudore e tanto stress, tanti soldi di benzina per raggiungere il posto di lavoro.
Per quanto il riguarda il discorso della laurea, non dico che non serva, ma è meglio affrontare certi sacrifici, per le cosiddette “lauree spendibili”, ovvero per quei corsi di laurea che permettono anche a chi si è laureato con dei punteggi non proprio eccelsi, di entrare in un ambito professionale e migliorarsi col tempo e la pratica. Un esempio possono essere la laurea in Scienze Infermieristiche o in Radiologia, in pratica titoli di studio per quelle professioni per le quali c’è poca domanda e molta offerta di lavoro. Ovviamente bisogna sudare sui libri per ottenere quelle lauree, non c’è dubbio, ma se proprio si è portati per lo studio, tra Giurisprudenza, Economia, sarebbero preferibili una facoltà di Ingegneria o Medicina. A mio modesto parere, il resto delle lauree, che offrono un buon bagaglio culturale, ma niente di più per essere vendibili nel lavoro, penso che siano inutili. Come dice Mourinho, è una mia personale opinione, ma è anche quella di un ex studente di Lettere che si era accorto di buttare gli anni migliori della sua vita sui libri. Attendo critiche, perché molta gente si diverte ad attaccare i miei post.
Adesso, armato di tanta umiltà, mi sono gettato “ai piedi di Cristo”, andando a domandare a vari artigiani del settore degli impianti, se potesse servirgli un aiutante, un apprendista. Mi sono proposto anche di lavorare gratis, pur di acquisire delle competenze. Niente. Dicono tutti che non è periodo o ti guardano quasi con pena per poi risponderti di no.
A venticinque anni non si è vecchi, ma non si è nemmeno più dei ragazzini, e se non si possiede delle precise capacità, si è fuori dal mercato del lavoro.

Francesco Favia



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domenica 21 dicembre 2008

Crisi economica: rimedi del cittadino e furberie dei commercianti

Il cittadino spende meno nell'abbigliamento, rivolgendosi sempre più alle multinazionali. I piccoli commercianti si lamentano, ma forse dovrebbero porsi un esame di coscienza.


Ci troviamo oramai nella seconda metà di questo primo decennio che ci ha aperto le porte del ventunesimo secolo. Immersi profondamente in una grave crisi economica che ha colpito grosso modo l’intero pianeta, gli italiani, i neri d’Europa, sopravvivono con misere buste paga, striminzite ancor di più da cessioni del quinto ed altri tipi di debiti. In anni in cui il pignoramento delle case per non riuscir a tener testa a soffocanti mutui ha raggiunto percentuali vertiginose, il costo del cibo è aumentato a dismisura, la benzina è una sorta di bene di lusso, le bollette sono sempre più salate, l’abbigliamento è a malapena preso in considerazione dalla gente. Non più considerato come un bene primario, ma come prodotto di nicchia. Sembrerà esagerato, ma se si osserva attentamente una famiglia media, si denoterà come possa fare a meno del vestiario, utilizzando dei capi per diversi anni. Sembra di esser tornati indietro nel tempo, quando i nostri nonni, utilizzavano scarpe maglioni, pantaloni e cappotti per anni e anni e spesso li passavano a fratelli minori che avrebbero continuato a sfruttarli per ulteriori anni.
Oggi dei genitori di ceto medio, regalano al proprio figlio/a un capo d’abbigliamento in occasioni speciali come compleanni o feste come il Natale. Oppure danno direttamente una banconota da 50 euro nelle mani del proprio figlio, dicendogli di andare a comprarsi un maglione o un pantalone, consigliando di aspettare i saldi.
Ribadendo che si sta parlando di classe media, famiglie composte da operai, impiegati aventi uno, due figli frequentanti la scuola, si evince come solo i giovani acquistino capi d’abbigliamento e solo in determinati periodi dell’anno.
Stabilito quando e quanto una famiglia spende nell’abbigliamento, puntualizziamo il dove.
I ragazzi trovano sempre più prodotti sfiziosi ed a prezzi contenuti in quei punti vendita monomarca, figli legittimi di colossi del settore della moda di medio-bassa qualità.
Spuntate come funghi, dapprima nelle più grandi città mondiali, successivamente espanse per l’Europa, oggi sono presenti in quasi i tutti i centri dei capoluoghi di regione dello stivale.
Sembrerebbe che a risentire ciò siano i piccolo commercianti, che non fanno comunque a meno di ostentare beni di lusso, quali grosse auto, timbrate da marchi di case automobilistiche di prestigio, nonché poderose motociclette.
Nella lotta quotidiana contro queste odiate multinazionali che tuttavia danno da vivere a migliaia e migliaia di dipendenti in tutto il mondo, i commercianti oltre ad usare i trucchi storici, tra i quali lo spacciare un prodotto vecchio quanto il cielo per capi presenti nelle attuali collezioni o il gonfiare i prezzi nella settimana di Natale, sembrano aver deciso di spacciare i loro punti vendita per Outlet.
Senza far di tutta un erba un fascio, si può comunque notare come siano spuntati tanti piccoli Outlet nelle nostre città. La maggior parte di questi erano negozi già presenti, ai quali sotto state applicate sulle vetrine, scritte adesive rappresentanti questa parola tanto di moda. Più che una moda, Outlet è un vero e proprio fenomeno che permette in questa crisi economica di dare piccoli piaceri a gente che a mala pena riesce a sobbarcarsi un mutuo. E questa gente è la maggior parte degli italiani, ossia dipendenti privati e pubblici. Non importa che siano capi fuori moda o difettosi, l’importante è che si spenda poco. D’altro canto è sempre meglio che spendere tanto per altrettanti capi di passate stagioni o con difetti di produzione. Se poi non si cerca la grande firma, rimangono i confortevoli e convenienti colossi succitati.
Cinicamente molti commercianti si sono appropriati della parola Outlet, approfittando di questa scia positiva che sta contraddistinguendo questa nuova frontiera del commercio.
I prezzi però non sono propriamente bassi. I prodotti spesso non sono di marca. Anzi, si rischia di acquistare merce abilmente contraffatta.
Allora ci si deve chiedere che se oltre all’evidente crisi economica, i piccoli negozi non acquisiscano e perdano clienti, anche per la furberia dei loro titolari, i quali credono che l’acquirente non sia altro che un babbeo da raggirare.


Francesco Favia
martedì, 11 dicembre 2007


Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001

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